Venezia 72: in ventuno per il Leone d’oro

Posted by on Sep 2, 2015 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


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La 72esima Mostra del Cinema di Venezia attraverso le nostre schede: le trame, i personaggi, le anticipazioni dai registi.  Chi vincerà il Leone d’Oro 2015. 

di Mariella Dei

Il Poker italiano

 

 

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Luca Guadagnino

“A Bigger Spalsh” di Luca Guadagnino

“Un triplo desiderio e un duplice rifiuto”: sintetizza così Luca Guadagnino il suo rifacimento de “La Piscina”, il film di Jacques Deray che nel 1969 spezzò il già visto della Nouvelle Vogue in pieno fulgore. “A Bigger Splash” vedrà a Venezia, domenica 6 settembre, la prima mondiale. Il regista palermitano punta alto. Ha corso il rischio: le sue titubanze iniziali, le sollecitazioni dei finanziatori francesi di StudioCanal, poi la scelta di attori, tutti stranieri, attraenti al pari dell’ambientazione (Pantelleria). La trama è la stessa: una coppia di artisti in vacanza, l’arrivo dell’ex marito di lei con una giovane donna (non sanno che è una sua figlia ritrovata), un ferragosto di ambiguità, seduzioni, tradimenti, che cambierà la vita di tutti.

Matthias Schoenearts, Tilda Swinton, Dakota Johnson, Luca Guadagnino

Matthias Schoenearts, Tilda Swinton, Dakota Johnson, Luca Guadagnino

Al fascino sottile di Alain Delon e Romy Schneider ecco però contrapporsi la fisicità dell’atletico (e quasi sconosciuto) Matthias Schoenaerts e l’androgina (pluricelebrata) Tilda Swinton (assortimento interessante).

Dakota Johnson in "A bigger splash"

Dakota Johnson in “A bigger splash”

La nuova Jane Birkin è un’ossigenata Dakota Johnson (foto 1) che da “Cinquanta sfumature di grigio” arriva sotto al sole dell’isola mediterranea a rompere i precari equilibri dei suoi ospiti accanto a Ralph Fiennes. “Alla fine ho scelto di girare il film perchè si parla di desiderio, – conclude Guadagnino- di temi che mi attraggono: la rinuncia, il rifiuto, la violenza nei rapporti tra le persone”. Nella foto 2 ecco il regista con Schoneaerts, la Swinton e la Johnson in una pausa dal set. (M.Dei.)

 

 

 

 “L’Attesa” di Piero Messina

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Piero Messina

“L’Attesa” è il primo lungometraggio di Piero Messina: classe 1981, di Caltagirone, gavetta di corti e colonne sonore per “sopravvivere” dopo il Dams e il CSC, poi assistente alla regia di Sorrentino (“This must be the Place”, “La grande bellezza”) e regista della serie “Capolavori svelati” per Sky Arte. Messina si prepara a presentare l’opera  al Lido il 5 settembre e a diventare padre per la prima volta con la stessa “magia” di cui si potrebbe parlare in relazione al suo film: la scintilla inspiegabile di respiro cosmico che è nella trama della storia (incentrata “sull’amore, quello potente, quello assoluto e il potere della condivisione”) e nel percorso che lo ha reso realtà, che ha fatto decidere il premio Oscar Juliette Binoche di annullare una tournee teatrale negli USA per recitare in un villaggio alle falde dell’Etna, diretta da lui, un esordiente. 

Stills from "L'Attesa" a Film by Piero Messina. Indigo Film

Juliette Binoche ne “L’Attesa”

Un regalo dell’Universo suggellato da un sì deciso, arrivato il giorno dopo che Messina inviò la sceneggiatura all’agente dell’attrice francese, riscontro che non immaginava per un tentativo fatto “senza aspettative e sparando altissimo” aggiunge il regista. La Binoche è ritornata in Italia (ad Arezzo fu nel 2010-11 per recitare in “Copia Conforme” di Kierostami con cui fu premiata miglior attrice a Cannes) innamorata del personaggio di Anna: madre che aspetta il ritorno del figlio Giuseppe (Giovanni Anzaldo) sola con la fidanzata di lui (Lou De Lagee, foto 3) nella casa che condividono in mezzo all’isolamento della campagna siciliana. Vedremo al Lido come l’ attesa delle due donne diventerà dimensione onirica, estensione dell’amore e misura del suo potere irrazionale. Il film poi uscirà nelle sale il 17 settembre distribuito da Medusa. (M.Dei)

“Sangue del mio Sangue” di Marco Bellocchio

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Marco Bellocchio a Bobbio

In programma il 9 settembre: un inno del regista al suo paese natale, Bobbio (PC), dove ha deciso di girare interamente la pellicola, da anni quartier generale artistico di tutte le sue produzioni e sede del suo “vivaio” (qui ha fondato una sua accademia del cinema). La trama: “Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso Conte, che vive solo di notte”.

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una scena di “Sangue del mio sangue”

Gli attori sono quelli che da “Il principe di Homburg” a “Vincere”, “Buongiorno, Notte”, e “Bella Addormentata” hanno fatto il suo cinema e il suo teatro (“Zio Vanja”), tutti gravitanti nella scuola della cittadina piacentina: Roberto Herlitzk (l’Aldo Moro di “Buongiorno, Notte”), i figli Pier Giorgio ed Elena Bellocchio, Lidiya Liberman (attrice teatrale ucraina al debutto nel cinema), Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Toni Bertorelli, Bruno Cariello, e Filippo Timi. Suggestive le foto di scena (per Bellocchio sono state aperte anche le antiche prigioni) che trasfigurano tempo e spazio in un’ambientazione sospesa fra il Seicento e i giorni nostri. (M.Dei)

 

“Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino

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Giuseppe Gaudino

Per amor vostro di Beppe Gaudino

Valeria Golino in “per amor vostro”

Napoli, il Mare, una donna che ritrova l’amore di sè. Giuseppe Gaudino offre un ruolo splendido a Valeria Golino, e si concede una divagazione dal genere documentario che il regista di Pozzuoli ha affrontato per decenni (ricordiamo “Scalamara” del 2001, che trasse dall’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano per il progetto “I diari della Sacher” prodotto da Moretti e Barbagallo). Gaudino non tradisce la sua indole di narratore di “vita vera” e la fascinazione per l’energia ed i contrasti che ama della sua terra di origine, e la esalta nel film che Venezia 72 ha scelto: “Ho sempre visto Napoli come una metropoli che si sviluppa su due livelli -spiega- uno sotterraneo, pieno di catacombe, cimiteri, ipogei, un altro sopra il livello del mare, agitato da rara vitalità”.  Qui si muove il suo personaggio: “Tra questi due mondi, combattuta tra forze contrapposte, Anna, donna fragile e forte, si trova a dover rivoluzionare la propria vita- prosegue il regista. Negli anni ha accettato, per amore degli altri, talmente tante cose che la sua vera natura si è “appannata”, fino a smarrirsi. E a tramutarsi in quell’Inferno che le è accanto ogni giorno e che lei non sa vedere. La storia del film è la storia di questo ritorno all’origine, un percorso verso il disvelamento delle cose. Verso la luce”.

STATI UNITI: NON SOLO BOTTEGHINO

 

 

 

“Equals” di Drake Doremus

Drake Doremus

Drake Doremus

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Christopher Hault e Kristen Stewart in “Equals”

“Equals”: l’uguaglianza, nel futuro immaginato da Drake Doremus, è l’appiattimento. Le emozioni non esistono, sono estirpate come malattie cancerogene, ma cosa succede quando si diffonde un “virus” contagioso che risveglia odio, amore, rabbia in chi lo contrae? Il regista californiano lo ha immaginato in forma di dramma sentimentale fantascientifico e arriva a Venezia in lizza per il Leone d’oro inanellando provocazioni rivolte al genere umano simili a quelle di Yorgos Lanthimos in “The Lobster”. Ha scelto Kristen Stewart come protagonista: non fra vampiri, ma fra esseri viventi asettici, spenti, anestetizzati a livello di robot, eccola di nuovo in una storia di amore proibito, che regala un ruolo rilevante anche a Christopher Hoult (lo abbiamo apprezzato a Cannes in “Mad Max Fury Road” al fianco di Charlize Theron e Tom Hardy).  Contateci, ci saranno molti fans di “Twilight” ad aspettarli nel red carpet del Lido. Così come molti giornalisti per il giovane cineasta (classe 1983), amatissimo in patria, che ha cominciato a recitare e girare film a dodici anni e che piace a tutti i critici delle più famose testate. In Italia fece una sortita al festival di Roma nel 2011 per presentare fuori concorso “Like Crazy”, storia di un amore a distanza: fu premiato dalla giuria al Sundance Festival, ma nelle sale italiane è passato in sordina. Ecco alcuni fotogrammi di “Equals”. Siti come Indiewire lo indicano già fra i candidabili agli Oscar. Ci faremo un’idea più precisa dopo la prima mondiale, sabato 5 settembre nella Sala Grande del Lido. M.D.

 

 

 

 “Beasts of no nation” di Cary Fukunaga

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Cary Fukunaga

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Abrahm Attah e Ydris Elba in “Beasts of no nation”

Per Cary Fukunaga e “Beasts of No Nation”, in concorso a Venezia e in proiezione speciale a Toronto, cresce l’attesa non solo al Lido, ma anche su Netflix (il canale web di video-streaming, popolarissimo negli USA) che ha acquistato il film e lo distribuirà in tempo strategico per soddisfare i primi abbonati “localizzati” nel nostro paese, proprio in concomitanza con l’apertura del servizio Netflix in Italia annunciata per ottobre. La popolarità d’oltreoceano dei nomi precede quella che ci si aspetta (alta), nel contesto della Biennale, in relazione al valore dell’opera: il regista statunitense è colui che ha firmato i primi otto (ineguagliabili) episodi di “True Detective”. Il film è la trasposizione di uno dei romanzi più venduti (bravo l’autore, il nigeriano Uzodima Iweala, a raccontare le ambiguità di una guerra civile dal punto di vista di un bambino costretto a combattere in un generico “occidente africano”). Il protagonista (Abrahm Attah) è un ragazzino agli esordi. La presenza nel cast di Idris Elba (il Nelson Mandela di Justin Chadwick) promette misura, intensità e spessore (l’attore britannico è elogiato da GQ e altre testate di costume per l’eleganza anche fuori dal set). I due manifesti virtuali con cui Netflix ne annuncia l’uscita il 16 ottobre sono già in bella vista. (M.Dei)

 

 

 

 “Heart of a dog” di Laurie Anderson

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Laurie Anderson

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“Heart of a dog”

Lolabelle, la vispa rat terrier dell’artista Laurie Anderson (foto 2), era una creaturina speciale, aveva acquisito le attitudini della famiglia in cui viveva: sapeva suonare il piano, dipingeva con le zampette. La cagnolina è morta alla fine del 2011, l’anno in cui la sua padrona ha perso, a distanza di pochi mesi, anche la mamma e il marito (il musicista Lou Reed). Il documentario “Heart of a Dog” nasce proprio dal senso di queste perdite. Nei giorni di solitudine a New York (lì verrà proiettato, dopo la prima a Venezia il 9 settembre fra le opere in concorso) ha preso forma come un flusso di coscienza dalle esperienze personali della vedova Reed, diventando poesia e riflessione sull’esistenza di tutti: la vita, la morte, l’arte, l’amore (“ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”). I pensieri, ci racconta, scorrono su una notevole varietà di materiale: melodie, foto, filmini in super 8, ricordi di famiglia, animazioni, Kierkegaard e i principi buddisti. In questi ultimi la regista trova forza e illuminazione (basta ricordare la grazia della lettera che scrisse per annuciare la scomparsa del marito, pubblicata via social il giorno del decesso). Crede nel “bardo”, il periodo di 49 giorni che, secondo il Libro dei morti tibetano, sono necessari all’anima per rinascere dopo che il corpo ha cessato le proprie funzioni vitali. Anche la sua Lolabelle, ne è sicura, ci è passata. Ecco il primo fotogramma (foto 1) del lungometraggio, l’unico linguaggio espressivo che mancava alla già corposa produzione (musicale, letteriaria e figurativa) dell’ artista, eclettica e incategorizzabile. L’opera le è stata commissionata dal canale televisivo Arte. (M.D.)

“Anomalisa” di Duke Johnson e Charlie Kaufman

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Charlie Kaufman

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“Anomalisa”

“Anomalisa” nasce dalle menti e dalle mani di Duke Johnson e Charlie Kaufman. Quest’ultimo (che sembra il sosia di Fabrizio Frizzi, ma è uno degli autori di “The Eternal Sunshine of Spotless Mind”, ed è sua la sceneggiatura) arriva a Venezia 72 da “rivoluzionario” vincente: porta in concorso un film di animazione (in stop motion) completamente finanziato dal pubblico, tramite “crowfounding”, grazie alle sottoscrizioni effettuate attraverso il sito Kickstarter, ovvero fondi raccolti su internet. Il motto lanciato ha fatto breccia: “L’industria dell’intrattenimento è piena di sceneggiature incredibili, scritte da fantastici talenti, che non sono mai state o non saranno mai realizzate, o peggio, saranno cambiate in qualcosa che nemmeno assomiglia all’idea originale di chi le ha create”- veniva detto sul sito per bocca di un pupazzo di plastilina: “Non cambieremo il testo originale di Anomalisa. L’unica cosa che vogliamo cambiare è il modo in cui gli artisti sono trattati, e per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’aiuto c’è stato al di là delle aspettative: 400 mila dollari raccolti, il doppio che il team aveva richiesto al’inizio. Non esiste un distributore: il film gira di festival in festival (sarà anche a Toronto). Il nuovo modo di essere indipendenti. M.D.

 

 

 

 

 

OLTRE IL “GENDER”

 

 

 

 

 

“The Danish Girl”, di Tom Hooper

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“The Danish Girl”

Alicia Vikander e Eddie Redmayne protagonisti. Il premio Oscar miglior attore per “La teoria del tutto” (e volto particolarissimo) nel ruolo del primo transgender della storia: Lili Elbe (nato Einar Mogens Wegener), marito della pittrice Gerda Wegener (Vikander), modello in vesti femminili per le opere della moglie, fu il primo uomo a sottoporsi ad intervento chirurgico per diventare donna (siamo in Danimarca, fra gli anni Venti e Trenta). L’identità che scoprì di avere unì ancor più la coppia emotivamente ed artisticamente, fu oggetto dell’attenzione della stampa mondiale, ma incrinò tristemente la loro vita matrimoniale. Una storia vera, che ha ispirato il romanzo di David Ebershoff da cui è tratto il film. Curiosità: Nicole Kidman (con la sua “Blossom Film”) tentò con forza di trasporre in opera cinematografica la storia (si era parlato di Gwineth Paltrow e Charlize Theron come coportagoniste), innamorata del personaggio affascinante di Elbe, ma si arrese nel 2011 per problemi di budget. Nel cast anche Ben Wishaw e Matthias Schoenearts. La sceneggiatura è di Lucinda Coxon. Quasi in concomitanza con Venezia sarà proiettato al Film Festival di Toronto. Nelle sale statunitensi dal 27 novembre, in Italia presumibilmente nel 2016.

MATRICOLE ED ECHI DAL MONDO

 

 

“Desde Allà” di Lorenzo Vigas e “El Clan” di Pablo Trapero

Il venezuelano Lorenzo Vigas e l’argentino Pablo Trapero sono i primi due registi nella storia del festival che dall’America Latina concorreranno per il Leone d’Oro. Oltre ad essere celebrata con toni entusiastici dalla stampa sudamericana, la loro presenza al Lido, fra poche settimane, apre un capitolo sulla qualità e l’efficacia raggiunte nella settima arte nei paesi di provenienza dei nuovi entrati. “Desde Allà” (foto 1, una scena) è il primo suo lungometraggio di Vigas, da lui scritto, diretto e prodotto. Gli attori protagonisti sono Alfredo Castro e Luis Silva. La storia, drammatica, è incentrata sulla relazione di un odontotecnico di Caracas, all’apparenza insospettabile, che intrattiene incontri occasionali con minorenni e il giovanissimo boss di una gang criminale. “El Clan” (foto 2) di Pablo Trapero è “una storia forte che riflette gli estremi di un periodo storico preciso” spiega il regista. Per rappresentarla ha scelto Guillermo Francella e Peter Lanzani nei panni, rispettivamente, del vecchio e del giovane capo della famiglia Puccio, nota alle cronache per i sequestri di bambini attuati nella Buenos Aires bene degli anni Ottanta. (M.D.)

“Looking for Grace” di Sue Brooks

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Sue Brooks

Dall’Australia Sue Brooks arriva al Lido con “Looking for Grace”. La ricerca di Grace, la figlia quindicenne scappata di casa con il fidanzatino per seguire la band preferita, porta i genitori ad un viaggio on the road non solo geografico ma anche interiore.

Nei panni dell’adolescente c’è l’esordiente Odessa Young, di fronte a Rhada Mitchell che, dal geniale indie del ’96 “Amore e altre catastrofi” al più popolare “Silent Hill”, è una delle attrici australiane più apprezzate.

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Looking for Grace

Il film concorre anche al Toronto Film festival. Per la Brooks è il ritorno nei circuiti più importanti dopo “Japanese Story” (in cui diresse la grande Tony Colette) nella sezione Un Certain Regard a Cannes nel 2003.  (M.D.)

“The endless river” di Oliver Hermanus

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Oliver Hermanus

Da Città del Capo Oliver Hermanus (foto 2) arriva a Venezia quasi sconosciuto, anche se i tre lungometraggi della sua carriera (dal 2009), da lui scritti e diretti, non sono passati inosservati fra le giurie dei festival più importanti. Concorre con “The Endless River”.

Ambientato nella provincia proletaria del Sudafrica, gira il coltello nelle nostre piaghe sul tema della fiducia: cosa succede quando il marito di una giovane cameriera torna a casa da lei, dopo quattro anni di carcere, quasi come un lieto fine, e poco tempo dopo i vicini, contadini di una fattoria, vengono trovati morti massacrati crudelmente?

Del cineasta trentaduenne intuiamo la predilezione nel rappresentare le oscurità che ci appartengono e inquietano tutti.

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“The endless river”

Come il nostro Sorrentino ha in repertorio un film dal titolo suadente, “Bellezza” (“Skoonheid” in sudafricano, a Cannes 2011 ricevette un premio speciale), che rimanda invece a tutt’altro: se per l’italiano era la decadenza intellettuale e morale del Belpaese, Hermanus punta il dito su omofobia, razzismo, ipocrisia di insospettabili professionisti in un Sudafrica assai lontano dagli ideali di Mandela.  (M.D.)

“Abluka” di Emin Alper

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Emin Alper

L’Istanbul che il regista Emin Alper (foto 2) rappresenta in “Abluka” (parola turca che significa “blocco”) è cupa, senza speranza, e dilaniata dalla violenza politica. E’ qui che si dispiega la storia di due fratelli, le cui vite scorrono fra carcere, spionaggio, poteri militari che si mescolano al terrorismo, un lavoro come accalappiacani affidato dal comune accolto come una conquista.

A Venezia 72 è l’unica opera cinematografica in concorso dalla Turchia.

Per Alper una tematica (la deriva della violenza) già toccata in “Beyond the Hill” del 2011 in cui oppressione e disagio (allora la denuncia era verso il servizio militare e l’isolamento) diventano malattia psichica e follia incontrollata.

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“Abluka”

La proiezione il 9 settembre pomeriggio in Palabiennale. (M.D)

I GIGANTI

 

 

 

 “Rabin- The last day” di Amos Gitai

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Amos Gitai

Dedicato a Yitzhak Rabin, il premier israeliano laburista che per tutto il corso del suo breve mandato (tre anni) fu fautore della politica dei negoziati di pace con i palestinesi, assassinato da un estremista di destra nel 1995, un anno dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace.

Il regista di “Free Zone” ne racconta “l’ultimo giorno” proseguendo così a ritrarre, attraverso l’acutezza del suo sguardo antimilitarista, Israele, per lui terra “madre e matrigna”. (M.D.)

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“Rabin the last day” di Amos Gitai

“Remember” di Atom Egoyan

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Atom Egoyan

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“Remember”

Il canadese Atom Egoyan riapre le ferite delle stragi dell’ultima guerra mondiale, inquadra la generazione che ha vissuto quei fatti e che fra qualche decennio non esisterà più. La sete di vendetta e di verità che sopravvive all’avanzare dell’alzehimer è così forte che nemmeno lo svanire della memoria degli ultimi testimoni diretti (vittime o carnefici) riesce a consumare. Un gigantesco Christopher Plummer si fa interprete di tutto ciò nella forza e nella fragilità dei suoi ottanta anni. L’età del suo personaggio, Zev, deciso a portare a termine il suo viaggio da solo:  un tentativo estremo di riscatto prima della morte e della perdita completa delle sue funzioni cerebrali, deve trovare lui l’ufficiale nazista che sterminò la sua famiglia e quella dell’amico Max, (rinchiuso in un ospizio è ormai troppo debole per seguirlo). Non è mancato al regista  di origine armena (quasi tutta la sua filmografia affronta il tema dell’identità) un grande cast: con Plummer anche Martin Landau nei panni dell’amico Max, Bruno Ganz, e Gunter Lamprecht (“Berlin Alexanderplatz” di Fassbinder). Uno dei film in concorso per cui si vociferano candidature agli Oscar già ancora prima dell’uscita.  (M.D.)

“Behemoth” di Zhao Liang

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Zhao Liang

Al suo documentario Zhao Liang ha dato un nome biblico, “Behemoth”: l’animale del Levitico (enorme e possente, simbolo della supremazia di Dio sulle creature e pari come forza solo al suo creatore) somiglia all’economia della Cina che il regista racconta attraverso la vita quotidiana di una comunità della Mongolia.

Un nuovo atto di coraggio e di dedizione del cineasta poco più che quarantenne, che del paese di origine non teme il veto (nè la censura, i suoi film sono sempre usciti all’estero o in patria in un secondo momento) e che non risparmia se stesso per realizzare il proprio lavoro: a Cannes 2009 con “Petition” denunciò il sistema legale cinese facendone vedere le pecche, dopo aver seguito (per dodici anni) l’iter e il malcontento di chi, in periferia, si recava a Pechino per esporre reclami.

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“Behemoth”

In “Together” mostrò l’AIDS, e la discriminazione che in Cina subiscono le persone affette da virus HIV (il documentario gli venne commissionato dal Ministero della Salute nel 2011). Per presentare “Benemoth” ha scelto un solo fotogramma (foto 1), un volto “sporcato” ma che ci guarda dritto e fiero (Zhao Liang è anche un eccellente fotografo, lo ha fatto di professione per anni per finanziare i primi lungometraggi), simbolo di una lotta impari con un mostro che rischia di sfuggire al controllo di chi l’ha creato. (M.D.)

 

“Francofonia” di Aleksandr Sokurov

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Aleksandr Sokurov

“Francofonia” di Aleksandr Sokurov: la storia di cosa successe nel giugno 1940, quando l’esercito tedesco invase Parigi e due personaggi, il direttore del museo Jaques Jaujiard e il conte Wolff Metternich, gerarca nazista responsabile dei beni artistici francesi, si trovarono di fronte al compito di preservare e mettere al sicuro i tesori del Louvre.

Il regista russo, Leone d’oro a Venezia nel 2011 con “Faust” (ultimo capitolo della sua “trilogia del potere”) stavolta mette il potere in relazione con l’arte.

Il film è stato interamente girato dentro il museo del Louvre, con la supervisione del direttore della fotografia Bruno Delbonnel (lo stesso di “Faust”, uno dei migliori al mondo).

Se consideriamo i precedenti di Sokurov (“Arca Russa” del 2002, tutto girato dentro l’Ermitage in un lungo pianosequenza, e “Madre e figlio” del 1997, dilatato da silenzi, lenti, filtri e specchi per renderlo come un dipinto romantico di Friedrich) l’opera si prospetta come un altro capolavoro. (M.D.)

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“Francofonia”

GRANDI RITORNI

 

 

 

 

 

“Undici minuti” di Jerzi Skolimowski

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Jerzy Skolimowski

Il regista, classe 1938, porta l’unico film polacco in concorso. Nel 2010 con “Essential Killing” vinse il premio della giuria. “

Undici minuti dentro la vita di diverse persone” è tutto quello che le fonti ci dicono sul lungometraggio, girato fra Varsavia, Cracovia e Dublino, dove l’attore “locale” Richard Dormer si è unito ad un cast al 90% polacco.

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“11 minuts”

Skolimowski (che è conosciuto soprattutto per “Moonlighting” e “Il successo è la miglior vendetta” dei primi anni Ottanta, con l’implicita critica a regime sovietico di quegli anni), è attore, sceneggiatore e conosciuto pittore: le sue creazioni sono state esposte alla Biennale, e sono assai quotate nelle gallerie di Los Angeles dove vive da decenni. (M.D.)

LA FRANCIA SORRIDE

 

 

 

 “Marguerite” di Xavier Giannoli

 

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Xavier Giannoli

“Marguerite” è la storia di “una grande bugia”. Nasce da un ascolto in radio da parte del regista Xavier Giannoli della voce di Florence Jenkis, cantante americana, stella di un sottobosco di piccoli circoli sociali negli anni Quaranta, la cui singolarità (essere fuori tono) ha ispirato poi il film che a Venezia 72 verrà proiettato la sera del 4 settembre, fra le opere in concorso.

“Era abituata ad esibirsi per le stesse persone – spiega il cineasta francese, rapito dal curioso frammento di realtà che si è dispiegato davanti a lui approfondendo il vissuto della cantante- e nessuno aveva mai osato dirle che cantava male: o erano ipocriti, o erano interessati ai suoi soldi, o erano dei codardi. É una storia indubbiamente divertente, ma presenta anche un lato crudele della natura umana”.

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“Marguerite”

Marguerite (l’attrice Catherine Frot) veste l’abito di scena che più ha colpito Giannoli, il quale ha rovistato fra archivi, filmati d’epoca e copertine per entrare nel mondo “altrove” del personaggio: “Ali d’angelo e una tirata di diamanti. Sorride alla telecamera e sembra così ingenua, ma nello stesso tempo molto fiduciosa. Cantava malissimo. Era divertente. Era come se la sua voce volesse rivelarmi un segreto”.

Il direttore della fotografia Glynn Speeckaert (il film è una coproduzione franco-ceco-belga) ha lavorato molto sulla luminosità e sui contrasti per creare la giusta resa visiva (la descrive come un’ alchimia vintage). Molte ambientazioni sono interni di castelli, teatri di Praga: “All’inizio considerai l’opzione del bianco e nero- racconta- poi vidi una foto di Coco Chanel scattata da George Hoyningen per “Le Monde” e ho pensato di ricreare una sorta di bianco e nero con tocchi di colore come il rossetto che spiccava in quello scatto”. (M.D.)

 

 

“L’Hermine” di Christian Vincent

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Christian Vincent

Il regista parigino Christian Vincent è riuscito a confezionare “l’Hermine” grazie ad una co-produzione italo francese.

“L’ermellino” che dà il titolo al film è il simbolo del potere di cui, come un re temuto e incontrastato, è personificazione il protagonista Xavier Racine (Fabrice Luchini, già diretto da Vincent ne “La Timida” del 1990): presidente della Corte d’Assise alle porte del pensionamento, noto per non aver mai inflitto condanne inferiori a dieci anni (da qui il soprannome “due cifre”) gli eventi lo colgono nel punto di svolta, il cedimento, di fronte all’unica donna che (forse) ha mai amato, e si innesca in lui una trasformazione.

Vedremo al Lido se l’opera del regista ha la stessa grazia e piacevolezza del precedente “La cuoca del presidente”, uno dei film più apprezzati da pubblico e critica del 2012/13.  (M.Dei)

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“L’Hermine”