VENEZIA 2017 I film in concorso

Posted by on Aug 29, 2017 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


George Clooney regista che dirige Matt Damon. I sofisticati horror di Arnofsky e Guillermo del Toro. Artisti come Ai Wai-wei o soldati come Samuel Maoz dietro la macchina da presa.  Divi da red carpet che includono Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ethan Hawke, Hellen Mirren, Donald Sutherland. Sono alcuni nomi che la competizione per il Leone d’oro porterà al Lido (dal 30/8 al 9/9). Il cartellone proposto dal direttore Alberto Barbera per la Mostra del Cinema numero settantaquattro punta su alte aspettative e bilancia bene qualità e popolarità. Uno sguardo alla rappresentativa serie di film in concorso.

di Mariella Dei

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UN’APERTURA “SU MISURA”

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Downsizing di Alexander Payne

Tappeto rosso fiammante, rito di apertura affidato ad un cerimoniere maschile, l’attore Alessandro Borghi: tutto pronto per il via nella serata del 30 agosto. Ci saranno misure di sicurezza eccezionali (il Lido sarà blindato come il G8 a Taormina, annunciano le fonti) così come fuori dal comune saranno, nel senso letterale, quelle di DOWNSIZING di Alexander Payne, il film di apertura. Vedremo il protagonista Matt Damon in versione rimpicciolita  nella pellicola che lo stesso regista ci racconta con una provocazione: “Quanto si vivrebbe meglio se ci potessimo rimpicciolire, quanto sarebbero ampie le case in uno spazio così piccolo, quanto poco costerebbe il cibo e così via. Quando ho proposto a Jim (lo sceneggiatore ndr) di considerare l’idea come una soluzione per la sovrappopolazione e il cambiamento climatico, l’idea si è trasformata in una fantastica lente attraverso cui osservare molte cose che ci interessano, divertono e disgustano del mondo contemporaneo”. Nel cast anche Christoph Waltz, Hong Chau e Kristen Wiig.

BRIVIDI D’AUTORE

MOTHER di Darren Arnofsky

MOTHER di Darren Arnofsky

Oltre all’atteso documentario di William Friedkin sull’ultimo esorcismo di padre Amorth, fuori concorso, nella lizza al Leone d’Oro spiccano due pellicole horror ad alto tasso di originalità. MOTHER! di Darren Arnofsky si muove già in odor di Oscar prima ancora della sua premiere mondiale al Lido, considerando il cast stellare (Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris) e il terreno ispido (e a lui congeniale) che di nuovo torna a calcare il regista de Il CIGNO NERO e di THE WRESTLER (che a Venezia vinse nel 2008). Spiazzandoci. Ce l’hanno anticipato un trailer enigmatico e, prima ancora, una locandina kitsch in cui un’inedita Jennifer Lawrence in versione mater lacrimosa richiama le icone mariane della tradizione cristiana. Ce lo suggerisce il regista stesso: ” MOTHER! E’ un drink che va servito e gustato tutto d’un fiato nel bicchiere giusto – scrive –  Comincia come la storia di un matrimonio, protagonista è una donna alla quale viene chiesto di dare, dare e ancora dare fino a quando non le resta più nulla. Alla fine la storia non è più in grado di contenere la pressione che sta ribollendo al suo interno. Diventa qualcos’altro che è difficile spiegare e descrivere”.

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SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro

Altrettanto difficile da definire si presenta  THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro, che rispetto al tagliente e asciutto Arnofsky, ci ha abituato a storie nere dallo stile rarefatto e fantastico, intrise di magia e di spirito popolare (tanto che disegna lui stesso i personaggi, le fogge e i particolari delle sue ambientazioni in taccuini che ormai sono diventati oggetti artistici d’autore per i collezionisti). Il regista messicano ci presenta qui l’isolamento forzat di una giovane figura femminile e una creatura misteriosa, partorita in un laboratorio bunker americano in piena Guerra fredda, al centro di una storia da lui definita “una favola ultraterrena, un antidoto al cinismo”. Nel cast, assieme a Sally Hawkins, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer, spicca il nome di Michael Shannon (candidato agli Oscar per ANIMALI NOTTURNI di Tom Ford l’anno scorso e attore feticcio di  Jeff Nichols) che è una garanzia.

SCENEGGIATURE NEL CASSETTO

SUBURBICON

SUBURBICON di George Clooney

Il 2 settembre arriverà al Lido George Clooney,  neopapà di due gemelli e regista di SUBURBICON: con coraggio e un manipolo di ottimi attori (ancora Matt Damon,  Julianne Moore , Oscar Isaac e Josh Brolin) ha firmato la sua sesta pellicola impugnando un progetto depositato nei cassetti degli studios fin dagli anni Ottanta, e mai considerato prima, sebbene la sceneggiatura sia opera dei fratelli Coen (altra garanzia). Un thriller con denuncia sociale: “Un omicidio perfetto, con una famiglia perfetta, in una città perfetta,  con tutta la gente che guarda nella direzione sbagliata”- anticipa Clooney- “Siamo nel 1959, è la storia di un’epoca e di un luogo dai quali, purtroppo, non ci siamo mai veramente allontanati».

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FIRST REFORMED di Paul Schrader

C’è voluto molto tempo, a detta dello stesso regista e sceneggiatore “almeno cinquant’anni di incubazione interiore“, per realizzare FIRST REFORMED di Paul Schrader. Protagonisti Ethan Hawke nei panni di un ex cappellano militare devastato dalla morte del figlio, e Amanda Seyfried, fresca vedova determinata a scoprire il perchè del suicidio del marito. Il cineasta braccio destro di Scorsese  e co-sceneggiature di TAXI DRIVER e L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO, ci porta in un territorio narrativo e umano in cui “dietro l’apparente tranquillità della chiesa si nascondono segreti inconfessabili, tra evocazioni di complotti e speranze di riscatto”.

I FILM  ITALIANI

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THE LEISURE SEEKER di Paolo Virzì

Poker d’assi per il cinema di casa nostra. Quattro opere dai registri diversi che ci fanno sperare in uno stato di buona salute della settima arte in Italia, anche in relazione al contesto globale.

THE LEISURE SEEKER di Paolo Virzì segna l’esordio internazionale del regista toscano che ha girato la pellicola negli USA. E’ un elogio alla senilità ed alla malinconia, a cui i protagonisti (due mostri sacri: Helen Mirren e Donald Sutherland) si ribellano a modo loro, attraverso un lungo viaggio on the road su un camper che porta un nome che riassume tutta la loro storia.  Tratto dal romanzo di Michael Zadoorian, è sceneggiato da Stephen Amidon, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo.

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HANNAH diAndrea Pallaoro

Singolare l’incontro fra Charlotte Rampling (altra icona del cinema internazionale) e il 35enne Andrea Pallaoro (cineasta trentino cresciuto cinematograficamente negli Stati Uniti e premiato miglior regista a Marrakech da Martin Scorsese per MEDEAS) che ha dato vita ad HANNAH: titolo palindromo per “un ritratto di donna che non riesce ad accettare la realtà che la circonda, da qui il suo crollo emotivo nello scoprirsi sola“. La Rampling è protagonista assoluta e “regge sul suo volto e sulla sua figura tutto il film“.

ammore e malavita

AMMORE E MALAVITA dei Manetti Bros

«Se un killer della camorra deve uccidere una donna e riconosce in lei l’amore della sua adolescenza, parliamo d’amore o di malavita?» E’ l’interrogativo con cui i fratelli Manetti presentano AMMORE E MALAVITA:un po’ musical, un po’ poliziottesco, un po’ sceneggiata, un po’ commedia romantica“, l’opera è piaciuta molto al direttore Barbera che l’ha voluta fortemente nella line up. Per il loro nuovo inno alla Napoli delle contraddizioni, i fratelli registi romani  hanno schierato, assieme a Giampaolo Morelli, Serena Rossi, e Carlo Buccirosso, anche Claudia Gerini, reduce da un altro ruolo di donna d’onore, quello in JOHN WICK CAPITOLO 2, che l’ha portata con successo sotto ai riflettori di Hollywood.

Una storia anomala e disturbante con un personaggio femminile da tenere in forte considerazione per una Coppa Volpi, film e  ruolo cuciti addosso a Micaela Ramazzotti, protagonista di UNA FAMIGLIA di Sebastiano Riso: il desiderio di maternità, un nucleo familiare patologico, moglie e marito e il loro progetto “malato” di aiutare coppie che non possono avere figli. “Volevo una rappresentazione discreta e senza stravaganze per comunicare una fragilità, un desiderio lacerato eppure fortissimo” commenta il regista.

ARTISTI DISSIDENTI E REGISTI SOLDATI

 

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HUMAN FLOW di Ai Waiwei

HUMAN FLOW di Ai Weiwei si presenta come un’opera corale ed epica: l’artista cinese dissidente, icona della sperimentazione e dell’avanguardia espressiva, anche scomoda, ha portato avanti un’indagine filmata,  frutto di un viaggio lunghissimo, lungo le rotte dei rifugiati e dei migranti, attraverso 20 paesi e 40 campi profughi. Ha raccolto centinaia di testimonianze, incontrando persone di tutte le appartenenze che, a causa di guerre, persecuzioni, cambiamenti climatici, miseria, stanno cercando “un futuro diverso. O, in molti, casi, solo di sopravvivere“. Spiega il regista: “Non c’è una crisi dei rifugiati ma piuttosto una crisi umana. Il confine non è a Lesbo, ma si trova in verità nelle nostra mente e nella nostra anima”, aggiunge, ricordando che la prima idea del film nacque nel 2015 proprio a Lesbo, dove si recò per vedere da a vicino all’arrivo dei migranti lungo le coste europee.

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FOXTROT di Samuel Maoz

 FOXTROT di Samule Maoz “È la danza di un uomo con il destino”, come illustra il regista che è anche un soldato, e aveva già raccontato le ferite dei più grandi conflitti  contemporanei in LEBANON (Leone d’oro nel 2009) . Per lui le cose da dire non sono ancora finite.  A Venezia  presenta un nuovo spaccato sulla guerra attraverso un vissuto umano dolente e intenso: “E’ la storia di Michael e Dafna – scrive Maoz- il loro figlio è morto in combattimento, e fare i conti con la perdita è un’impresa troppo ardua”.

SETE DI GIUSTIZIA E DI VERITA’

THE INSULT

L’INSULTE di Ziad Doueiri

L’INSULTE di Ziad Doueiri torna nei territori cari a Maoz: siamo in Libano, un uomo innaffia, da un balcone cade dell’acqua. Una scaramuccia che nasce fra un cristiano libanese e un palestinese sotto al balcone diventa un conflitto insanabile che passa da una lite ad un’aula di tribunale. “Un film sulla giustizia, o, meglio, sulla ricerca della giustizia – rimarca Doueiri- E’ un processo alla storia, alle intenzioni, al passato che non passa. Con un corredo mediatico che rischia di alimentare pregiudizi e disordini“. Con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Diamand Abou Abboud.

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THE THIRD MURDER di Hirozaku Kode-eda

Varchiamo le aule del tribunale anche in THE THIRD MURDER di Hirozaku Kode-eda, che ci pone di fronte ad un dilemma etico sui  modi di concepire la verità, la presunzione d’innocenza, la condanna. Ci mostra cosa succede quando un uomo, già incarcerato per un omicidio commesso trent’anni prima, è accusato di un nuovo omicidio e viene difeso da un avvocato che comincia a convincersi della sua innocenza. Il regista giapponese dà una virata presumibilmente più grave alla sua cinematografia, dopo che attraverso una poetica pulita, delicata e profonda ci ha offerto la stessa possibilità di riflessione concentrandosi soprattutto sui legami familiari, scandagliando le dinamiche degli affetti e dei sentimenti in spaccati quotidiani (PADRE E FIGLIO, LA SORELLA PIU’ PICCOLA, RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA).  “Di solito, in un film alla fine si arriva alla verità – constata Kore-eda – ma qui solo la sentenza del processo si chiude, mentre i personaggi non vedono la verità. Ciò significa che la nostra società condona un sistema imperfetto che non può reggersi a meno che le persone non giudichino altre persone senza sapere la verità. Credo che il protagonista sarebbe terrorizzato se lo capisse“.

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I TRE MANIFESTI DI EBBING diMartin Mc Donagh

Anche TRE MANIFESTI AD EBBING di Martin McDonagh è, a suo modo, la storia di una battaglia per la giustizia: “quella che cerca  Mildred Hayes, una donna che inizia una guerra contro la polizia cittadina dopo che l’omicidio di sua figlia rimane insoluto” – spiega il regista britannico, in vena di regalarci una commedia noir che più nera non si può.  Specialmente se la protagonista agguerrita è interpretata da Frances Mc Dormand (FARGO) e lo sceriffo da sfidare è il NATURAL BORN KILLER stoniano Woody Harrelson. I tre cartelloni del titolo sono quelli che, montati dalla donna sulla via principale di Ebbing, proclamano l’inizio del duello. Dopo Venezia, vedremo il film al cinema nel gennaio 2018.

ANGELS WEAR WHITE STILL 3 (c) 22 Hours Films

GLI ANGELI VESTONO DI BIANCO di VivianQu

Ne GLI ANGELI VESTONO DI BIANCO di Vivian Qu sono due ragazze adolescenti, aggredite da un uomo più anziano di loro, che aprono il film che affronta i temi del coraggio e della verità attraverso un tocco di sensibilità muliebre. “La mia è una storia di donne – spiega la regista cinese (unica presenza femminile in gara nella selezione ufficiale) – sulla società che plasma le nostre percezioni e i nostri valori. Sulle scelte che ci sono consentite e sul coraggio di farne di diverse. Sui ruoli interscambiabili della vittima e del testimone. Sulla verità e la giustizia. E, soprattutto, sull’amore».

La ricerca di giustizia di SWEET COUNTRY di Warwick Thornton ha invece la forma epica di un western sgargiante. Dai primi fotogrammi promette una cinematografia superba e inquadrature degne della tradizione aulica del genere. “Un western a suo modo classico che arriva dagli antipodi“-  spiega il regista australiano, che ha tratto la sua sceneggiatura da una storia vera: “lo scrittore David Tranter mi raccontò una volta di un aborigeno australiano, Wilaberta Jack, che negli anni venti fu arrestato e processato per l’omicidio di un uomo bianco nella Central Australia». Trasposta nel grande schermo, a dar vita alla storia vedremo Sam Neill, Bryan Brown, Hamilton Morris, alle prese con i codici e la legge del 1929 fra i deserti e le rocce della frontiera nord dell’Australia “dove il caos regna sovrano“.

UN RITRATTO MONUMENTALE

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EX LIBRIS diFrederick Wiseman

 EX LIBRIS: THE NEW YORK PUBLIC LIBRARY di Frederick Wiseman è un’opera sui generis in questa edizione, ed è quasi un regalo che il grande documentarista concede a se stesso, a Venezia (dove ha partecipato sette volte) e ad un’istituzione importantissima della storia culturale e sociale della sua New York. A 87 anni ha deciso che il suo quarantaduesimo film sarebbe stato dedicato alla Biblioteca Pubblica della Quinta Strada di New York,  usufruendo anche di un contributo del Sundance Institute di Robert Redford (anche lui a Venezia, il 1 settembre, a ritirare il Leone d’oro alla Carriera assieme a Jane Fonda). Wiseman racconta in 197 minuti la storia e la vita della storica istituzione  attraverso le interviste ai bibliotecari che hanno contribuito a digitalizzare l’immenso patrimonio cartaceo lì raccolto e conservato. Perchè la biblioteca rimane per lui “un ideale di inclusione, democrazia e libertà d’espressione“.

FINESTRE INTERIORI E SUL CONTEMPORANEO

LA villa

La Villa diRobert Guediguian

La lettura della sinossi de LA VILLA di Robert Guédiguian rimanda a facili associazioni con HAPPY END di Michael Haneke visto quest’anno a Cannes, perchè anche questa pellicola in concorso a Venezia ci porta in luminosi spazi francesi dove il mare fa incontrare storie familiari con quella più grande e universale in corso attraverso i flussi dei popoli migranti.  E calca la tematica che lo stesso AI Weiwei propone alla platea di Venezia. Ma il tema dell’integrazione diventa per il regista di Marsiglia una proiezione nel futuro:  “Sarò esagerato- spiega- ma oggi non potrei fare un film senza fare riferimento ai profughi: viviamo in un mondo in cui le persone annegano in mare quotidianamente. Ho scelto intenzionalmente la parola “profughi”. A prescindere che sia da imputare ai cambiamenti climatici, ad altre ragioni, o a una guerra, queste persone sono alla ricerca di un rifugio, di un focolare“.

Lean on Pete

LEAN ON PETE di Andrew Haigh

LEAN ON PETE di Andrew Haigh è tratto dal romanzo LA BALLATA DI CHARLEY THOMPSON di Willy Vlautin. E’ uno specchio sul ribaltamento dei ruoli che la precarietà di tanti contesti sociali contemporanei innesca, ma anche sul rapporto fra genitori e figli “parimenti” adolescenti. Le vicende sono quelle di un quindicenne di provincia alla ricerca di una stabilità (emotiva, economica e quotidiana) che il padre, single e senza un lavoro stabile, non riesce a garantirgli. Ma il regista 45enne spezza una lancia a favore della sua generazione: “È pur vero che siamo fragili, brutti, meschini e litigiosi ma, se quel che siamo fosse tutto qui, saremmo scomparsi dalla faccia della terra ormai da millenni”. Sullo schermo troveremo il giovane Charlie Plummer (visto a Berlino in THE DINNER di Oren Moverman), Steve Buscemi e Chloë Sevigny che si preannunciano all’altezza di interpretazioni dense.

jusq a la garde

JUSQU’A’ LA GARDE di Xavier Legrand

Una vicenda familiare si sposta su un piano più ampio anche in JUSQU’A’ LA GARDE di Xavier Legrand: la battaglia di due coniugi per l’affidamento del figlio diventa un viaggio all’inferno. Probabilmente in una forma che esula dal genere o dai canoni del dramma sociale: “la separazione non è il tema centrale di un dramma familiare, volevo realizzare un film politico, un film di guerra, forse addirittura un film horror“,  commenta l’attore e regista, qui al suo primo lungometraggio dopo che con il corto AVANT del 2013 fu candidato all’Oscar.

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MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO di Abdellatif Kechiche

Infine un bel ritorno del regista tunisino Palma d’Oro a Cannes nel 2013 per lo scandaloso LA VITA DI ADELE, con un film di cui si conosce ancora pochissimo, se non che il protagonista è il “mektoub, il destino che muove fili invisibili“. MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO di Abdellatif Kechiche ci porta nel 1994, nel sud della Francia, a seguire la vita di Amin, uno sceneggiatore che torna nel suo piccolo paese natale sul Mediterrano dopo anni passati a Parigi. E’ estate. Si innamora di Jasmine e incontra un produttore che si mostra interessato a finanziare il suo primo film.  Ma quando la moglie del produttore mostra un interesse di natura non professionale per Amin, il giovane dovrà decidere fra lei, Jasmine e la sua carriera. Con Shaïn Boumedine, Lou Luttiau, Ophélie Bau, Alexia Chardard. Una delle pellicole favorite. – Mariella Dei