Sui sentieri della pace con Giovanni Caselli

Posted by on Oct 28, 2015 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


Giovanni Caselli, il promotore del recupero della via Romea, parla del suo libro, “Orient Express”, dedicato al rapporto fra Oriente-Occidente e saluta l’arrivo dei pellegrini del Pilgrims Crossing Borders nei sentieri del Casentino che corona un decennio di campagne di divulgazione e sensibilizzazione attraverso numerosi studi. “Nel mio testo c’è tanto del mio vissuto – spiega- e l’ho scritto per far capire meglio la storia al fine di eliminare qualche incomprensione che causa le guerre”. E camminare a piedi è già diventato lo “stile di vita del futuro”.

caselli 1

Giovanni Caselli lungo un tratto dell’antica via Romea a Campi in Casentino

Campi (Ar), Toscana – “L’Europa? Non è un continente ma è un’appendice dell’Asia”. Giovanni Caselli lo afferma come se davanti a sè vedesse non solo la successione di mappe dalle origini ad oggi, ma anche il brulichio di persone, consuetudini, gesti, cibi, oggetti, lingue, espressioni artistiche che in ogni punto sono scorsi o si sono sedimentati. Ha la visione di un chirurgo vascolare di fronte ai capillari, alle vene ed alle arterie del sistema circolatorio umano. Ogni cosa ha un legame indissolubile e senza tempo nel mosaico globale che lo studioso ha ricomposto documentandosi come un giornalista, approfondendo come un accademico e camminando come un viaggiatore sui sentieri abbandonati. A piedi. Lo ha fatto da archeologo, da antropologo, da illustratore magistrale (basta contare quante generazioni hanno imparato il mondo attraverso le sue tavole nei testi didattici della Giunti) dal crinale appenninico toscano alla Via della Seta. Il suo percorso è cominciato agli albori degli anni Settanta muovendosi dalle campagne di Firenze alla Londra dei Royal Institutes, passando per Malta. Continua ancora oggi che vive a Bibbiena (Ar) con la famiglia, mentre sta dando ordine a centinaia di appunti, scritti e tavole che negli anni ha prodotto, in libera consultazione nel portale Giovanni Caselli’s Universal Library Unlimited, www.giovannicaselli.com assieme ai saggi (sul sito www.academia.edu.).

orient express

“Orient Express, la costruzione dell’Occidente”, il libro di Giovanni Caselli

Il libro “Orient Express: The Making of the West” ha preso forma dagli studi dell’ultimo periodo, incentrati sul rapporto fra cultura iranica ed occidente. “E’ la mia vita, ma passa quasi per fiction – spiega Caselli. – Lo scopo è quello di far capire meglio la storia ai fini di eliminare qualche incomprensione che causa le guerre. Lo stile della narrativa iniziale è quello di sir Patrick Leigh Fermor, ma lui scriveva meglio di certo” – stempera con humor britannico. Il testo è in lingua inglese e circola sul web in forma Kindle e su Amazon. E’ distribuito in vari paesi del mondo. In Italia dell’opera ha parlato Repubblica. Caselli aggiunge: “Spero che si faccia vivo qualche editore italiano“.

 Una copia con la copertina stampata da blogginbooks spunta fra lo zaino ed il bastone da passeggio che ha con sè qui a Campi dove ci incontriamo per l’intervista. Siamo sul ponte nuovo del Corsalone proprio nel giorno in cui, felice coincidenza, stanno arrivando i camminatori del Pilgrims Crossing Borders lungo il tratto della via Romea, passeranno in corrispondenza del punto in cui ci troviamo: questi moderni pellegrini senza frontiere (provengono da varie nazioni) incarnano lo stile di vita che Caselli da sempre promuove. Percorrono quasi tremila chilometri sulle orme degli antichi, dalla Terra dei Vichinghi verso la Terra Santa. Affrontano rigorosamente a piedi  tutto “il Cammino”. Il tratto dal Passo di Serra a Subbiano è una parte del percorso che Caselli  ha rilevato sul terreno da Canterbury a Roma facendolo conoscere a tutto il mondo su “Archeologia viva” nel 1989.  Poi ha continuato a sostenere recupero e fruizione dei tracciati attraverso la ricostruzione della via Romea di Stade, impegnandosi dall’inizio degli anni duemila. “Il progetto internazionale si chiama “Global Network of Ancient Ways” – precisa lo studioso. – La perlustrazione della Via Romea da Stade a Roma che ho promosso nel 2008 ad Ochsenfurt viene completata con questa camminata. L’anno scorso ho camminato attraverso tutta la Turingia con tedeschi e italiani. In tutto ho fatto 600 Km di Germania a piedi“. 

Giovanni Caselli,  sembra paradossale che, stando al suo libro, questo piccolo sentiero di campagna all’imbocco del Corsalone porti così lontano…

“Le strade, quelle antiche, e non le autostrade moderne,  sono il sistema circolatorio della Civiltà. Questo sistema non ha un cuore, ma un’aorta che è la Via della Seta dalla quale provengono tutti i flussi culturali del mondo e puntano verso l’Occidente. Quando la via della Seta arriva in Siria, da lì si diramano tutte le vie di pellegrinaggio dell’Europa verso Gerusalemme. Ed ecco il collegamento con la nostra via Romea, che passa proprio da qui dove siamo noi, con il Ponte del Corsalone e il ponte medievale con le rovine, l’unico ponte di epoca sicuramente romanica del Casentino, e l’ostello per proseguire poi lungo la via della Verna dove oggi sorgono Lappola e Sarna.  Oggi i pellegrini che ad aprile sono partiti da Trondheim (Norvegia) con la neve passeranno da qui, diretti a Gerusalemme. Si fermerrano a Roma, dove faranno un convegno con le massime autorità. Da lì andranno a collegarsi con l’Oriente dove, appunto,  si innesta la via della Seta”.

- Il suo “Orient Express” è un testo ricco e preciso nelle ricostruzioni, acuto nelle intuzioni, ardito nelle teorie, ma anche avvincente perchè è la sua storia, quella di uno studioso intraprendente che, incarnando il mito del “globetrotter”, si è avventurato lungo percorsi da esplorare, con un’ottica personale,  che supera l’accademismo. Come può raccontarci il processo creativo di questa opera?

“La mia idea è sempre stata quella, dalla fine degli anni Sessanta, di far capire l’importanza delle vie di comunicazione e col tempo mi sono specializzato nell’evoluzione della cultura, nel senso in cui la intende Luigi Luca Cavalli Sforza, con il quale ho anche corrisposto. La cultura ha una sua evoluzione e gli elementi che la fanno evolvere si incontrano e si diffondono su queste strade, fino ai recessi più remoti del mondo. Mi sono fatto molti nemici con questa mia considerazione, ma è quello che penso: lo storico che non cammina su questi percorsi non potrà mai capire nulla di storia. E specialmente lo storico che chiude l’Europa con i confini. Come per esempio chi afferma che l’Europa finisce al mar Caspio e agli Urali. Invece continua fino in Cina, perchè si trovano elementi fondamentali della cultura europea in Uzbekistan, in Kazakistan, come cerco di dimostrare in questo libro. Però ho scoperto queste cose prima di tutto in Toscana, che è ricca di strade antiche, di collegamenti come quelli fra Bologna e Roma, per esempio. E anche andando in Grecia, dove sono stato per sei mesi per studiarne la cultura e lavorare. Il libro parte da lì. Le persone che ho incontrato lì mi parlavano dell’Oriente, dei musei di arte bizantina, ed i miei tentacoli si sono spinti verso l’Oriente. Fino al 1990, quando ho partecipato con l’Università di Padova ad un’esplorazione dei deserti della Cina occidentale, dal Pamir fino al Deserto di Gobi. Ho fatto scoperte fondamentali di manoscritti, corrispondenze di esploratori che mi hanno portato a capire un’infinità di elementi culturali. Per esempio ieri qui a Corezzo abbiamo mangiato i Tortelli alla Lastra.  La pasta viene dai nomadi dell’Asia. A noi è arrivata attraverso i Tartari, dalla Crimea, dove venivano acquistati come schiavi da Venezia e da Genova.  Gli uomini lavoravano come garzoni dei contadini,  le donne aiutavano in cucina. Le stesse ricette le ho viste fare dalle comunità tartare dell’Asia centrale. In Crimea nel Quattordicesimo secolo c’era un avamposto tartaro che aveva un contratto con le città mercantili italiane  proprio per vendere gli schiavi. Sono giunti anche a Firenze. La loro manodopera fu fondamentale per lo sviluppo della mezzadria nel Milletrecento. Da loro non ci è arrivata solo la pasta, ma anche la treggia, e tanti attrezzi agricoli che sono oggi per noi “tradizionali” e “tipici del nostro territorio”.

caselli 2

Giovanni Caselli sul ponte del Corsalone a Campi, 2015

- Il mondo visto in questa ottica è veramente piccolo, tutti siamo parte del mondo. Cos’è che allora fa sì che ci siano le divisioni?

“Il nazionalismo. Se si parte dall’Impero Ottomano, dall’Impero Austro-ungarico, essi contenevano molte nazioni, e altro non erano che gruppi di persone che abitavano una stessa area geografica e che parlavano la stessa lingua. Ma ancora non avevano questa idea di nazionalismo nella testa come si è affermato nel suo sviluppo ottocentesco, ovvero con il concetto di Stato e Nazione. L’Ottocento ha introdotto l’idea di Stato che si identifica con la lingua ed altri elementi culturali. Che sono piuttosto irrilevanti, direi, perchè anche la lingua stessa non costituisce un fatto culturale sufficiente a creare una Nazione. E nemmeno lo fa una religione. Ci sono elementi più complessi da tenere in considerazione, come il modo di viaggiare, di mangiare, di pensare, soprattutto la visione del mondo fa una Nazione”.

- E il Nazionalismo è nato in Europa…

“Esatto, e c’è questa contraddizione: le nazioni, chiudendo i confini, hanno creato le differenze. Ciò non avviene con  l’apertura e la libera circolazione. Bisogna immaginare l’Europa prima dell’Ottocento come un viavai di gente che veniva ed andava in Asia. E l’Asia è la madre dell’Europa, il continente “vero”. L’Europa è un’appendice dell’Asia. Anche culturalmente”.

- Perciò, in forte contrapposizione con fatti tragici che stanno accandendo “ai confini” delle nazioni europee, quello che sta accadendo qui questa mattina con i camminatori del Pilgrim Crossing Borders è una testimonianza di come invece il mondo può aprirsi…

“Per “riaprire” il mondo bisognerebbe partire da quelle strade ancestrali che lo legavano in precedenza, che hanno creato i movimenti di persone e di scambi. I conflitti, soprattutto fra Mongoli e Turchi, fra Orientali ed Occidentali in Asia hanno spinto molte popolazioni verso ovest. Se andiamo in Cina troviamo tombe di due-tre mila anni fa di persone con tratti europei. Sulla via della Seta ho trovato piccoli musei che raccoglievano queste mummie, conservate nella sabbia, con abiti, tratti somatici, fattezze facciali (capelli rossi, biondi, occhi celesti) che vivevano in Cina. Il loro spostarsi in occidente, tutte le “invasioni barbariche” che conta la storia sono avvenute in queste strade. Il rendere queste strade libere ai caminatori di oggi permette alle persone di incontrarsi, riconoscersi, e riconoscere anche i tratti culturali che ci rendono tutti simili, all’origine”.

- Nel suo libro approfondisce molti elementi, oltre l’esempio culinario della pasta, che testmoniano questa matrice culturale comune fra Asia e Occidente. Sorprende la congruenza di pensiero e di sapere che lei ha individuato in varie forme di espressione, in opere di intellettuali che hanno vissuto in luoghi geograficamente agli antipodi eppure evidentemente in comunicazione…

“Certamente. Per esempio, anche l’Astronomia: Copernico ha avuto informazioni da Samarcanda, da Ulug Beg, il nipote di Tamerlano, che aveva contato tutte le stelle visibili ad occhio nudo, calcolato le dimensioni della Luna e del Sole, i movimenti degli astri. Sono stato a Samarcanda in questo museo dove sono raccolte tali informazoni che lì erano già note nel 1425. Tutto quello che è avvenuto successivamente, fino a Galileo, risente di un’influenza tartara.  Nel libro spiego anche, attraverso un elenco di studiosi, come la poesia e la narrativa, la cosidetta “fiction”, vengano dalla Persia o dall’immaginario persiano. Per esempio il compendio di favole di Simbad: il Syntipas, tradotto in greco dal persiano, cade sicuramente fra le mani di Boccaccio a Certaldo per il suo Decamerone.  Anche Dante nella Divina Commedia adotta la struttura dell’aldilà dal Libro dell’Avesta, che si chiama Arda Viraf Nameh (il testo religioso di Zoroastro). L’ho anche rappresentato una volta in una piazza, qui in Italia, la gente pensava stessi recitando Dante, con i gironi del Paradiso, Purgatorio ed Inferno, e invece era questo testo di letteratura persiana. Il più grande pregio di Dante è quello di fare come si fa sempre quando si fa un lavoro fatto bene: ci si fornisce delle fonti. Uno studioso vero si informa prima di procedere, altrimenti viene fuori una cosa di poco valore. E la Divina Commedia ha un grande valore perchè si serve di fonti. L’intelligenza di Dante si vede da questo”.

caselli 3

Giovanni Caselli, Campi (Casentino), via Romea 2015

- Come cominciò geograficamente il suo cammino, da dove? C’è stata una scintilla che ha messo in moto questa sua monumentale ricerca?

” E’ stata cruciale la mia collaborazione, durata quattro anni, con Umberto Eco alla Bompiani, a Milano, negli anni Sessanta. Io avevo venti anni e lui ne aveva ventotto. Creavamo i libri scolastici, mettevamo insieme testi, immagini, didascalie. I libri di scuola non erano allora belli come quelli di ora e ci mettevamo tutto l’impegno per migliorarli, dal punto di vista grafico soprattutto. Io disegnavo le mappe, e immagini di questo tipo. E lui mi diceva: “Sai che se guardi per terra, in Toscana dove abiti, troverai frammenti di cocci etruschi da tutte le parti?”. Ed io appena tornato a casa, (abitavo allora a Bagno a Ripoli) mi recai sulla via Aretina, dove era stata costruita l’autostrada. In un campo in zona San Donato trovai veramente delle selci, frammenti di terracotta, preistorici. Poi i suggerimenti dei contadini del posto mi indirizzarono verso i poggi, dove trovai montagne di cocci. Cominciai allora a percepire il fatto della ricchezza del territorio. La ricchezza del paesaggio e dei suoi contenuti. Scoprii sul crinale di San Donato in Collina, che divide Fiesole dalla parte di Rignano da Santa Croce di Firenze, un muraglione di un metro e mezzo di spessore che si estendeva per circa un chilometro fra le colline. La gente si era rifornita di pietre da lì, per cui c’era rimasto poco. Però c’era un passo, con una strada lastricata. Mio nonno mi diceva che era quella che portava a Vallombrosa, da Firenze. Cominciai a precorrerla,  sulla vetta del crinale, era praticabile fino al ponte di Sant’Ellero. Da lì seppi poi che continuava verso Tosi da pian Di Melosa, e su verso Vallombrosa, tutta lastricata. Sembrava una strada romana. Negli anni successivi, quando venni in Casentino, la ricollegai al tratto di Strada in Casentino, lungo il torrente Solano, che gira verso Strumi e Poppi, e prende il nome di “via Fiorentina” e si connette proprio qui, al Corsalone, per salire e poi scollinare in Valtiberina, a Sansepolcro. Mi accorsi allora dell’esistenza e dell’importanza delle strade dei crinali.  Quel percorso lì l’ho fatto tutto a piedi fino a Roma. Percorre le cime del Chianti piene di recinti e tracce di pascoli arcaici. Racconta una storia completamente diversa, per esempio, dalla Valdichiana, da Cortona, dalla stessa Arezzo, le quali si sono sviluppate in virtù dell’Arno e della sua navigabilità, mendiante delle chiuse”.

- I suoi studi, e la sua metodologia, sembrano una ventata di aria fresca rispetto alla rigidità associata alla ricerca archeologica che caratterizza alcune correnti accademiche. Come è avvenuta la divulgazione delle sue idee?

“Sono tutte scoperte che ho fatto negli anni Sessanta. Prima studiavo empiricamente, avevo contatti con la Soprintendenza, e ho imparato molte cose in questo modo. Poi sono andato in Inghilterra, e, appena arrivato,  invece di imparare l’inglese, decisi di studiare archeologia sui libri inglesi. Ho studiato anche antropologia. Nel 1972 divenni membro dell’Istituto ingelse di Antropologia, e nel 1985 dell’Istituto di Archeologia. Qualifiche che mi hanno consentito di effettuare docenze in varie università inglesi a Malta e in Gran Bretagna, e a Firenze per gli studenti americani”.

- Dal tratto di strada in cui ci troviamo adesso, nel 2002,  documentammo assieme a lei, con telecamera e microfono, a che cosa corrispondesse in Casentino il concetto di “via Romea”, fino al Passo di Serra: trovavamo frammenti in mulattiere disconnesse, segmenti da dissotterarre in paesi spopolati, oppure  tratti più lunghi, ma indistinti e anonimi, in aree maggiori. Oggi il contesto è cambiato: la via Romea è idealmente e anche fisicamente un unico itinerario, con tanto di segnaletica propria. Attorno sorgono agriturismi, si muovono guide turistiche, nascono escursioni spontanee. Sembra esserci un senso nuovo di fruizione da parte degli abitatori locali e più attenzione da parte degli Enti. Mi piace leggerlo come un lieto fine, come un traguardo raggiunto, a cui lei ha sicuramente contribuito in modo fondamentale.  E’ veramente un cambiamento di coscienza?

“In questi ultimi anni si è verificato un fenomeno straordinario. La gente si è accorta di avere le gambe e che camminando si trova bene, in salute, soprattutto salute mentale, e che incontra altre persone, anche di altre nazionalità, verso le quali magari avevano prima dei pregiudizi: tutte queste cose negative vengono abbattute camminando assieme. Tutti sentite parlare di qualcuno che vuole andare a Compostela o c’è già stato: quella è una strada battutissima ed è un po’ tutto partito da lì. In Inghilterra mi occupai della via Francigena che dall’Irlanda porta a Roma, e trovando i diari di viaggiatori medievali è cominciata la ricostruzione delle strade attraverso le testimonianze lasciate nei loro appunti: dove si dormiva, dove si mangiava, dove si poteva passare e dove no perchè c’erano fiumi impetuosi o ostacoli del genere. Queste guide ci hanno permesso di ricostruire le strade. Sul fatto della via Francigena, quando venni ad abitare in Casentino, la Cattedra di Geografia dell’Università di Firenze mi chiese di occuparmi del tratto dell’Alpe di Serra. Perchè il Passo di Serra è il passo archeologicamente più antico di tutto l’Appennino. Lo scavo effettuato nel 1992 permise di rinvenire la struttura di un edificio che non si sa se fosse una torre o una piccola chiesa, con tre scheletri di persone molto alte che probabilmente erano tedeschi. E manufatti che vanno dalla Preistoria alle epoche etrusche e romane. Poi c’è un’interruzione archeologica, di almeno duecento anni, fra il periodo longobardo e il periodo dei Franchi, perchè ci fu la chiusura fra Longobardi e Bizantini e Serra divenne un confine invalicabile. Quindi per duecento anni quella strada rimase chiusa e c’è un fatto curioso: essendo chiuso l’Appennino i pastori della Romagna non andavano più in Maremma e si riversavano verso Ravenna, verso la pianura. E questo ha determinato, durante la formazione della lingua italiana, la differenza fra i dialetti toscano e romagnolo. Tale differenza si stabilì sul crinale, mentre prima era ai piedi dell’Appennino in Romagna. Fino a quell’epoca la Romagna e la Toscana erano un unico territorio, quello da cui i pastori partivano per la transumanza in Maremma. La Maremma toscana non è diventata importante perchè era territorio di qualche signore o di qualche conte, ma perchè era uno sbocco economico. Prima viene l’economia. Senza di essa non avrebbe funzionato nè il sistema Contea, nè il sistema Nazione. L’Alpe di Serra ci narra questa storia”.

Mariella Dei

Pellegrini senza frontiere sulla via Romea del Casentino: “Devi andare a piedi se vuoi vedere le cose”.

 

Banzena (Arezzo, Toscana) – In un frammento di Casentino che nel Medioevo univa il Mondo è tornata a scorrere la vita. Banzena, fra chiusi della Verna e Bibbiena, era un punto di sosta importante lungo la via Francigena e, ancora prima, transito obbligato dei popoli delle origini.  Regala una veduta panoramica didascalica sul fondovalle, e uno sguardo meraviglioso sulle contaminazioni. Dalle lastre delle tombe germaniche diventate panchine, alle piante di capperi (commestibili) che crescono fra i conci della Torre longobarda, oggi annerita nel lato sud per i postumi di un incendio divampato lo scorso agosto (ci hanno detto i residenti) e tamponato per miracolo. Sul colle all’estremità del paese i resti di una maestosa villa romana del periodo augusteo affiorano disassemblati in superficie.

Giovanni Caselli ha aspettato la comitiva all’imbocco del villaggio, ha portato i camminatori partiti da Trondheim (Norvegia) a visitarlo. Sono arrivati attorno a mezzogiorno e sono tedeschi, norvegesi, danesi, americani, c’è solo un italiano “riminese”. Ha spiegato in inglese in mezzo al gruppo in cui quasi nessuno parla la stessa lingua, ma in cui tutti sono uniti nello stesso linguaggio. Penso abbiano colto l’incanto di questo momento, vista l’espressione soddisfatta.  Il miracolo di Banzena succederà, in altre forme, in altri sentieri figli della stessa storia, da Subbiano ad Israele grazie al “Pilgrims Crossing Borders”. Ci sono l’Associazione tedesca Via Romea Stadensis e l’Associazione italiana Via Romea Germanica che lo portano avanti. Ci sono Enti che danno patrocinio. Ci sono realtà locali che credono in un turismo nuovo come quelle che ho trovato presenti con i pellegrini a Banzena: Casentino in Tuscany e l’Associazione Amici dell’Asino.

Still0917_00002

Gialuca Bambi e la signora Wilma Foyer, Banzena, via Romea 2015

C’è Gianluca Bambi, ricercatore della Facoltà di Ingegneria agraria dell’Università di Firenze che  accompagna il gruppo dal Brennero a Roma: “Mi occupo del tratto italiano della Via Romea Germanica e sono qui per lavoro- spiega. – Come Università abbiamo una convenzione con l’Associazione via Romea Germanica per cartografare tutto il percorso, sia dal punto di vista cartaceo che digitale. Attraverso una strumentazione vengono censiti i punti da mettere in sicurezza per riprodurre poi all’indomani la cartografia e la documentazione da presentare ai Comuni e richiedere gli eventuali interventi sulla viabilità, in tutto il tratto italiano”.

- Dottor Bambi, il suo contatto con il Casentino come è avvenuto?

“Io sono un “mezzosangue” casentinese (la nonna era di Quota, Poppi) anche se sono nato a Firenze. La passione del territorio c’è sempre stata. Sono anche una guida ambientale, accompagno le persone a conoscere il Casentino, e avendo lavorato per anni per la Regione Toscana sulla via Francigena il connubio con il gruppo è stato veloce.  Adesso siamo qui in Toscana, e ci siamo arrivati dopo oltre 700 chilometri di cammino”.

- Che tipo di emergenze avete incontrato finora, e quali interventi di miglioramento avete sostenuto?

“Questo progetto sulla via Francigena è nuovo,  ha due o tre anni di vita. Abbiamo creato la cartellonistica, abbiamo evidenziato le emergenze che devono essere affrontate sia in termini di percorribilità dei tratti che di messa in sicurezza: se c’è un avvallamento, se c’è un pendio, se ci sono da mettere gradinate o palizzate, se c’è da costruire un ponticello su un guado o realizzare un percorso ciclabile lungo una strada particolarmente trafficata. Alla via Francigena sono state apportate tante migliorie, anche per le popolazioni che non fruiscono della via stessa, tanti inteventi che hanno recuperato il patrimonio storico e culturale di notevole interesse, come per esempio gli antichi luoghi di ricovero dei pellegrini grazie ai finanziamenti della Comunità Europea: possono sostarvi pellegrini ma anche turisti. I nostri interventi servono per tutti quelli che vogliono camminare per riscoprire il territorio lungo questo antico percorso”.

- E nello specifico, in questo sopralluogo casentinese, che cosa potrebbe essere migliorato?

“Siamo entrati ieri in Casentino dal Passo di Serra. Il tratto casentinese è particolarmente bello e già cartellonato. C’è da intervenire in alcuni punti, c’è da mettere alcuni approvvigionamenti di acqua, qualche piccola area di sosta, in punti come questo, per esempio,  Banzena è un sito importante sulla via, in mezzo a tutte le strutture in pietra chi ci si trova a passare non conosce subito l’importanza del luogo. Ci vorrebbe magari una bella bacheca, qui all’inizio del paese, che parli del sito e della via ai pellegrini-turisti di passaggio.”

- Che tipo di turismo è quello legato alla via Francigena?

“Il turismo legato ai pellegrinaggi non è più soltanto un target limitato e preciso. Si tratta di persone che deveono avere a loro disposizione un po’ di tempo, essenzialmente pensionati, ma adesso abbiamo verificato anche un po’ di inversioni di tendenza. Ci sono molti giovani che spendono il loro fine settimana o le loro ferie per fare delle tratte. Nessuno è obbligato a fare tutta la parte italiana, che sono quarantasette tappe, equivalenti a quarantasette giorni. Ma si possono alternare le tappe, per esempio un giorno in Toscana, il successivo in Umbria, o in Lazio, o le parti più a nord. I turisti si dividono i percorsi. E ci sono anche coppie di venti e trenta anni, quindi l’offerta si è allargata a trecentosessanta gradi”.

Still0917_00001

Wilma Foyel, 82 anni, di Montreal (Canada), a Banzena in prima fila fra i camminatori del Pilgrims Crossing Borders 2015

 La signora Wilma Foyel di Montreal ha invece 82 anni e, partita dal Canada, è in cammino con il gruppo al ritmo di venti chilometri per tappa. Ci racconta che è il suo stile di vita da sedici anni. Su di lei nessuna traccia di fatica.

- Signora Wilma, che cosa l’ha portata fino a qui oggi?

“Sono un membro della Confratenita dei pellegrini di Saint James di Londra, e lì pubblicano un bollettino che dà notizie sulle attività degli altri gruppi e sui pellegrinaggi che ci sono in giro per il mondo. Ho saputo così del Pilgrims Crossing Borders. “

- Suppongo ci siano tante persone appassionate nella sua Confraternita…

“I fondatori gestiscono un rifugio nel Cammino francese che conduce a Santiago de Compostela, ed hanno aperto un punto di sosta in Inghilterra. Siamo divenuti membri nel corso del Cammino, assieme a mia figlia, e siamoiscritti da ormai diciassette, diciotto anni.”

- Da quanti giorni sta camminando?

“Da quasi quarantasei giorni. Qualche volta sono un po’ stanca.”

- Che cosa ha apprezzato di più lungo il percorso?

“Essere qui. E tutto il resto”.

- Perchè andare a piedi?

“Perchè lo faccio? Ho sempre camminato. E’ una parte del mio benessere, ma penso che c’è qualcosa di più. Oggi è anche una moda. E’ diventato popolare nella società odierna. Penso che le persone stiano imparando a camminare di nuovo. Credo proprio che si tratti di questo. Ci sono alcuni compagni di viaggio nel Cammino che si spostano in bicicletta, invece. Ma secondo me non è come andare a piedi, è molto diverso. Se vai in bicicletta ti diverti,ma devi andare a piedi se vuoi vedere le cose. Ed io vado a piedi”.

M.Dei