ONUR TUKEL: “Ho paura di sposarmi. Ci ho fatto un film dell’orrore”

Posted by on Dec 3, 2014 in Contemporaneo globale | 0 comments


Viene da New York ed è regista, attore, fumettista, pittore e illustratore. Al Champs Elysees Film Festival è in concorso con il lungometraggio Summer of Blood, realizzato a basso costo in dieci giorni. E’ un film fra la commedia e l‘horror in cui è anche attore, è ispirato al cinema della sua adolescenza, da Dario Argento a Woody Allen. Con candore confessa: “L’ho costruito come un tempio sulla mia paura di sposarmi”.
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Onur Tukel, Parigi,Champs Elysees Film Festival 2014

 

Mr. Tukel, lei ha presentato un film horror non proprio del tipo che siamo abituati a vedere quando parliamo di storie di vampiri, è un po’ diverso, ha un contesto preciso. Che cosa l’ha ispirata nella scelta del soggetto?

Il fatto che ho paura del matrimonio! Prima che un film dell’orrore è una commedia che parla di relazioni umane, della paura dei legami affettivi, di impegnarsi, della paura del matrimonio. E penso davvero che parlando di matrimonio qualche volta ci si avvicini al film dell’orrore, perchè comporta degli obblighi, il dover fare delle cose…crea anche una sorta di paradiso, che può essere bello, ma anche un incubo, perchè il “dover” passare il resto della mia vita con una persona… mi spaventa! E dal momento che il mio concetto di film dell’orrore è trattare qualcosa che possa spaventare…allora ho adottato questo come idea, il fatto che ho paura dei legami seri, e ho costruito il film come un tempio su queste basi. Ho preso proprio ispirazione dalla mia personale paura di sposarmi. Un giorno forse mi piacerebbe farlo, ma non credo di avere la mentalità giusta o la personalità per questo passo… Qualche cosa, nelle mie relazioni passate, è andata bene, addirittura per un anno, due, tre anni… ma come fare per far durare ciò quaranta o trenta anni? Il film parla di questo. 

Esorcizza una sua paura, usa molta ironia…

Sì, c’è dell’ironia, ma in un certo senso non ho mai capito bene la definizione di questo termine: se significa prendersi gioco di qualcosa,  fare gli sciocchi.  Allo stesso tempo cerco di farmi interprete di una questione di ruolo: la paura di un legame serio è una questione di ruolo. Ho anche paura della morte, ma al mio personaggio non importa se vive o se muore, ha solo paura della responsabilità. Così in un punto preciso del film dichiara: ” Se muoio domani, almeno smetto di preoccuparmi di dover essere responsabile, di dover essere una persona di successo, o di dover essere fedele a mia moglie”. 

Potrebbe essere una forma di esaltazione del “carpe diem”, del vivere l’attimo…

“Vivi l’attimo”. Ma lui, il protagonista, non vive alla giornata, è perenemente spaventato dal domani. Penso che la causa sia la paura delle promesse. Non riesce a vivere il momento perchè ha sempre paura del futuro. Il futuro per lui è dover prendere delle decisioni, crescere, ed è traumatizzato da questo. Penso che l’ironia stia nel fatto che a lui non importa se vive o se muore. Viene morso da un vampiro, e dovrà vivere per sempre. Più avanti, nel film, dopo che ha appena deciso di sposarsi, lei (la sua compagna vampiro, ndr) vuole essere sua moglie non per quaranta o trent’anni, vuole essere sua moglie per sempre… è una vampira…è più di una promessa di fedeltà. In questo senso sì, c’è ironia, definitivamente. 

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Onur Tukel con il suo entourage al wiki cafe dei Publicis Cinemas di Parigi. foto di Mariella Dei

 Chi sono gli attori che ha scelto per il film?

Ho scelto due attori che hanno alle spalle altri film. Sono di New York, e New York ha fantastici attori che ancora devono essere scoperti. sono stato fortunato perchè ho prodotto attrici e attori cinematografici che avevo incontrato in altri festival del cinema, ho dato loro il copione e loro sono stati contenti di recitare, e sono stato fortunatissimo, per il fatto che non c’era molto denaro a disposizione e si sono offerti di lavorare volontariamente, nella prospettiva di venire pagati dopo. E sono tutti attori con molto talento. 

 Quanto è costato il film?

Trenta mila dollari. Venti sono stati utilizzati per girarlo. Dieci per la post produzione, editing, musica e altre operazioni. E’ un film molto economico, sapevamo che doveva esserlo, e una delle critiche che mi sono state fatte è che è molto “handy”, a portata di mano. Il mio direttore della fotografia ha molto talento, abbiamo dovuto girare tutto in pochissimo tempo, nove o dieci giorni, con due telecamere. E ho detto: va tutto bene finchè abbiamo buoni attori, belle interpretazioni. E sono molto soddisfatto dell’aspetto recitativo. 

Così è molto più concentrato sulla recitazione, rispetto agli aspetti tecnologici. Nell’ambito di questo festival si parla molto anche di digitale, nuove tecnologie, vecchio e nuovo modo di fare cinema. Lei da che parte sta?

Sono abituato a girare film su pellicola. Ne ho fatti due (Ding-a-ling Less nel 2001 e House of Pancakes nel 1997, ndr), uno in 16 mm, l’altro in 35 mm. E amo la pellicola. Sento che girare un film ha più a che fare con il celebrare il lavoro, con l’aspetto artigianale. Quando la pellicola scorre, si vede la bellezza del design, della forma estetica del prodotto, amo questo tipo di cinema. Ma in questo momento sono più interessato alle interpretazioni spontanee, improvvisate, e se devi girare un film in nove giorni, con con due telecamere, devi filmare le scene molto velocemente, non hai abbastanza tempo per pianificare, e non ci sono soldi per girare due pellicole. Che dire, sì, mi piacerebbe girare in pellicola di nuovo, ma usare la tecnologia, le telecamere digitali, ti apre un mondo diverso, e tu può dare di più. Riduce lo staff tecnico ad un piccolo gruppo, e in New York City puoi girare per le strade- che di per sè è la più bella produzione estetica che si possa desiderare. Immagini di essere da qualche parte in Italia, o a Parigi, e girare per la strada con una piccola telecamera. E’ incredibile… coglie le cose più belle che ci sono… come sta facendo lei, sicuro.

Gli organizzatori del Festival hanno usato queste parole per presentare il suo lavoro: “Quando un film di vampiri incontra Woody Allen”. Si riconosce in questa definizione?

Decisamente sì. Da adolescente guardavo tutti i suoi lavori, ma non soltanto. Gli horror di Dario Argento, non solo quelli con tanto sangue, spaventevoli, e gli horror biblici, che amo tantissimo. Da ragazzino guardavo questo tipo di film per tutto il tempo. Poi ho  scoperto Woody Allen nei miei anni al College, e ho guardato, e guardo ancora, tutte le sue creazioni. In questo film non paragonerei mai assolutamente me stesso a Woody Allen. Ho fatto sei film, nemmeno troppo belli, e Woody Allen ne ha fatti cinquanta o quaranta, e sicuramente venti di questi sono capolavori. Non oserei mai paragonarmi a lui. Ma amo Woody Allen. E penso che a livello cinematografico mi venga da emularlo, copiarlo nella mimica, nello stile di alcuni suoi film. Diciamo che è andata in questo modo: ho cercato di fare un film stile Woody Allen molto a basso costo, e anche con l’horror  mescolato assieme. E penso che Woody Allen in Ombre e Nebbia, nei film degli anni Novanta, avesse un tipo di texture, un mood che richiamava il genere…

 

Mariella Dei

Parigi, Champs Elysees Film Festival 2014

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Onur Tukel al Publicis Cinemas di Parigi. Foto di Mariella Dei