La Bibbiena delle Meraviglie

Posted by on Mar 4, 2015 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


Un Castello distrutto,  tre chiese sovrapposte ed un ciborio che viene dalla Turchia: interrogativi ancora aperti.

di Mariella Dei

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Un castello a forma di quadrilatero, con quattro torri svettanti, che era dimora dei Vescovi e che non esiste più; una propositura quattrocentesca che poggia su altre due chiese, sotterrate nelle macerie lasciate dagli assalti fiorentini, che nascondono chissà quali meraviglie degli albori del Medioevo. Raccontano mondi ancora da conoscere sopra e sotto il suolo su cui camminiamo.

Questo è il  centro storico di Bibbiena (capoluogo del Casentino, provincia di AR): architetture antiche invisibili o frammentate, nascoste o da ricercare, sotto ed a lato dei suoi borghi, nel cuore delle botteghe, o dentro i preziosi e privati palazzi nobiliari, visitabili solo su prenotazione in rare occasioni durante l’anno.

torre

la Torre del Tarlati (Bibbiena, AR)

Del Castello di Bibbiena, completamente smantellato nel 1509 e che un disegno di Ruggero Biggeri ricostruisce così, rimangono elementi oggi disconnessi: la Porta dei Fabbri, una finestra sul terrapieno su cui furono ricostruite le mura, e la Torre del Tarlati, ovvero la torre civica (che qui vediamo in un’immagine prima dell’ intervento di restauro del 2010). Il cortile interno e il Palazzo del Vescovo sono identificabili nell’odierna Piazza Tarlati, alta sulla terrazza aperta alla veduta della vallata.
Vicino a Porta dei Fabbri si vede il rifacimento di una bottega quattrocentesca, addossata alle mura, che tradizione dice fosse il negozio di un fabbro e a ciò si deve il nome del sito.
Oggi il quadrilatero del Castello è solo una traccia ideale, una singolare commistione di spazi urbani, borghi, brulichio contemporaneo e stralci di mura antiche che si squarciano e contaminano come in un’opera futurista.

Le mura dalla fine del 1100 non hanno avuto più pace; abbattute e ricostruite tante volte nei secoli, le loro teorie cromatiche raccontano il sangue dei Guelfi e Ghibellini, gli assalti di Firenze, i Tarlati e Niccolo Piccinino, passando per i Visconti ed i Medici e le lotte per il potere nei grandi scenari europei. I risvolti locali hanno tutto il carico di mitologia e di leggende che sono oggi tradizione popolare conservata, ricostruita e rievocata dalle associazioni bibbienesi nel Carnevale Storico.

La Pieve di S.Ippolito e Donato è a pochi passi, ma una volta faceva parte del Castello di Bibbiena. “La chiesa delle meraviglie“, la definì l’antropologo Giovanni Caselli nel 2003, quando venne ad abitare nel capoluogo casentinese, perchè, secondo suoi ed altri studi, due terzi della sua bellezza sono nascosti, sottoterra. Sant’Ippolito, secondo Caselli, sono tre chiese costruite l’una sopra l’altra. Sotto il pavimento delle navate odierne, ci sarebbero “altre strutture, forse con affreschi, forse con le tombe del Tarlati. Sicuramente una cripta, ancora più antica, con probabili elementi romani.  Coperte di macerie, riempite di terra dopo Campaldino per edificare l’attuale propositura, finita nel 1310 e più volte modificata.

muro

la trama muraria della Pieve dei SS Ippolito e Donato (Bibbiena, AR)

Il muro ne racconta confusione e sconvolgmenti. Del 300 rimane la monofora che si trovava nella parete abbattuta nel 1400 quando la chiesa fu riallargata e cambiata di orientamento.
La parete esterna in pietra serena è quella più antica, post Campaldino. All’interno, c’è il progetto della prima ricostruzione, del 1300: l’altare era ad est (ovvero in fondo all’ attuale parete destra provenendo oggi dall’ingresso), c’erano due campate in meno, e le finestre erano collocate diversamente.

L’interno che vediamo oggi è il risultato di un importante intervento di restauro e recupero di metà Novecento: l’allora parroco don Onorio Barbagli fece togliere le sovrastrutture barocche (grazie ad un progetto che riuscì a fare approvare dalla Soprintendenza) fra il 1956 e ’58. I dettagli dell’operazione può raccontarceli oggi solo il maestro Ruggero Biggeri, restauratore bibbienese che prese parte ai lavori e che realizzò per don Barbagli le vetrate policrome. “La chiesa era intasata dal barocco- ricorda- c’erano grandi altari in marmo e stucchi ampollosi alla maniera berniniana. L’altare centrale era in marmo colorato. Era una ridondanza pesante ed eccessiva, e tolti gli orpelli è venuto fuori il volto romanico- conclude- la semplicità strutturale di oggi“. Sintesi dell’eleganza formale degli archi a tutto sesto che sono il Medioevo del Casentino, dalle chiese alle taverne. Contenitore ideale per le opere d’arte che conserva: dal trittico di Bicci di Lorenzo, alla Tavola di Cola da Camerino, fino alla seicentesca Madonna della Misericordia che avvolge con il proprio manto protettore la Bibbiena dipinta come era allora nel diciassettesimo secolo. Ma il reperto più affascinante e misterioso è un ciborio, che ha elementi decorativi ellenistici, di origine asiatica, secondo Caselli, provenienti dalla Turchia. Come questi elementi sono arrivati a Bibbiena? L’interrogativo rimane ancora aperto…

Mariella Dei
Bibbiena, 4 marzo 2015