I paesi fantasma dell’alto Casentino

Posted by on Oct 6, 2014 in Territorio e passato | 0 comments


Rimangono spesso inosservati e si spengono lentamente. Sono quasi del tutto dimenticati. A volte, sono il caso o la curiosità a farceli trovare davanti con tutto il loro carico di significato. Sono i paesi che, in ogni epoca e in ogni località, ad un certo punto della loro storia vengono lasciati dall’uomo, e rimangono adagiati e silenti in qualche punto ai margini delle nuove città. La decadenza, loro comune destino, è il risultato delle più diverse dinamiche. E raccontano la loro vita attraverso piccole tracce.

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Nell’alto Casentino, c’è un vissuto interrotto, ancora palpabile, nei paesi abbandonati fra il 1940 e il 1960. Sono lo specchio di cambiamenti profondi, innescati dall’esodo dei contadini verso le fabbriche di fondovalle.

Montesilvestre

Montesilvestre (Chiusi della Verna, AR)

Montesilvestre, al centro di una spettrale radura sopra i 1000 m di altezza, era considerato un ricco centro rurale. Oggi è un insieme di ruderi. L’unica strada è una ripida mulattiera fra i canyon scavati dal torrente. Nel borgo, concentrato su se stesso, stralci di pareti svettano a punta come totem. Rimane una chiesa, l’unica navata si riconosce appena. Sul campanile a vela mancano le campane. Nel pozzo, coperto a lastre di pietra locale, c’è ancora l’acqua. Un tabernacolo raffigura la Madonna. Spicca lo stemma podestarile sull’edificio più grande: ha due piani, un terrazzo, le pareti bucate. Vitalbe ed edera nascondono angoli e si insinuano fra le pietre riciclate da antiche fortezze. Su questo piedistallo senza vie d’uscita, nel 1954 vivevano almeno 20 persone. “Oggi nessuno ci torna più nemmeno per camminare”, sbotta un vecchio abitante che oggi risiede a Corezzo. Tutta la Vallesanta (Chiusi della Verna) racconta storie come queste. E’ un paesaggio dal volto rugoso che porta i segni di un’antica fatica. Giampereta, Corezzo, Rimbocchi, Serra riposano sperduti fra le mulattiere del sentiero 00 del crinale appenninico, quella via Romea considerata l'”autostrada” del Medioevo; villaggi incastonati nelle rocce, piagati dalla neve per sei mesi all’anno, su distese di pascoli deserti. L’immobilità forzata dei loro contadini si traformò in fuga appena sorsero le prime strade asfaltate.

Dove non ha fatto breccia la seduzione della modernità, ci è passata, invece la guerra. Muoiono quasi tutti quei villaggi sui monti dell’Appennino, che, divisi dalla linea Gotica, diventarono rifugio di partigiani e teatro della Resistenza. A Vallucciole (Stia) vivevano trenta famiglie agli inizi degli anni Quaranta. Oggi non c’è più nessuno. Parla solo il cimitero vicino: un sacrario con un centinaio di tombe. Sulle lastre di marmo ricorrono i soliti cognomi ( “Trenti” e “Vadi”) e la stessa data di morte: 13 aprile 1944. Sono anziani, donne, bambini. Centouno persone trucidate dai tedeschi in una rappresaglia. Il paese fu bruciato. Nessuno, da quel giorno, l’ha più abitato. L’episodio pesa molto nella memoria di una popolazione che non ha avuto più il coraggio di ricostruire. Lo racconta Italo Trenti, uno dei tre superstiti della strage. Aveva 19 anni. Oggi vive a Stia. Fra le case dall’intonaco caduto di Vallucciole è intatta la siepe dove, nascosto, vide i tedeschi uccidere madre e sorella. Sulla porta di legno si vedono ancora i segni delle pallottole. Moiano e Giuncheto (Stia) ebbero simile sorte. Si spopolarono negli stessi giorni. A Moiano, luogo di ritrovo dei contadini del Falterona, c’era una locanda. Rimangono un fontanile, un cascinale. Il borgo è ancora intatto nel lastricato di pietra serena. Attorno, i lavatoi, angusti vicoli e piazze minuscole. Vi si affacciano, come occhi ciechi, finestre senza infissi. Oggi è parte di un’area agricola privata.

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Serelli (Pratvecchio-Stia, Arezzo)

Di Serelli, invece, non rimangono nemmeno le case: se le è ingoiate la terra del Falterona nel 1992. L’instabile monte dell’Arno, caro agli Etruschi per le proprietà benefiche delle sue acque, cancellò le villette antisismiche di Serelli nell’arco di una notte. Una catastrofe prevista e una strage scongiurata: violenti scricchiolii e crepature avevano allertato gli abitanti nei giorni precedenti. La macchina dei soccorsi, coordinata dalla Comunità Montana, fece evacuare la zona con largo anticipo. Gli abitanti di Serelli rimasero fino all’alba ad assistere da lontano a quell’evento macabro: edifici nè distrutti, nè spezzati: risucchiati lentamente. Serelli oggi è solo un dislivello del terreno. Uno dei tetti antisismici è intatto, sembra una terrazza sul nulla. Stufe, resti di infissi, vari rottami spuntano dalla terra e sembrano una discarica abusiva. Sono lì a ricordare la paurosa potenza della natura a chi, forse, volle un po’ sfidarla. Le dimore degli sfollati sono state ricostruite in una zona centrale di Stia. Una di queste persone, dopo sedici anni, vive ancora in una roulotte.

In alcuni paesi fantasma ci sono ancora dei “custodi”. E non sono solo animali, come il grande rospo nascosto nella cisterna di Montefatucchio ( C.d. Verna): l’unico rimasto fra i resti del palazzo in cui i Vescovi di Arezzo, fino al XVII secolo, venivano a passare l’estate. A Frassineta (Chiusi della Verna) Noris, 80 anni, contadina, è tornata per nostalgia. Provò a partire per Prato dove abitava il figlio, ma è tornata al paese assieme a lui. Nel 2004 ha ristrutturato la casa vicino alla Chiesa: una volta era la scuola. Qui, racconta, ha imparato a scrivere da adulta, con la tv in bianco e nero, grazie alle lezioni di “Non è mai troppo tardi”. Faceva i temi che indicava il “maestro della Rai” Alberto Manzi. Dal cortile vede i resti della torre longobarda, e della Maestà delle Sette Spade e dei Sette Dolori: i quattro abitanti residenti se ne prendono cura assieme al Comune di Chiusi della Verna e alla Proloco di Corezzo. Garliano (C. S. Niccolò), ai piedi del Pratomagno, è sorto lungo le vie della transumanza. E’ chiamato il paese dei “tosini” ( i tosatori di pecore). Dario Ciagli ha fatto il “tosino” dai 16 ai 29 anni. Ha imparato la tecnica ed ha girato l’Italia, ma poi ha deciso di tornare al paese, si è sposato e non è più ripartito. Vive con la moglie nella casa dei nonni che ha ristrutturato. Nel suo giardino c’è ogni tipo di albero da frutto. Nel suo garage ci sono ancora tutti gli arnesi del “tosino”.

Serelli Dopo

Serelli (Pratovecchio-Stia, AR)

In altri casi, il silenzio forzato è diventato un richiamo, e si è trasformato, nell’ultimo decennio, in un risveglio. Nei paesi fantasma arrivano sempre più numerosi i nuovi abitatori: tedeschi benestanti attratti dal mito della Toscana, cosmopoliti annoiati, americani nostalgici. Inglesi suggestionati dal fascino del Gran Tour che filtra da libri ed acquarelli. Nuovi hippies che cercano la pace. A volte sono imprenditori che vogliono investire e ricostruire. A volte solo sognatori. Come George, 19 anni. Viene da Londra ed abitare l’antico rudere di loc. Casalino (Chiusi della Verna). Con i suoi amici, quattro coetanei, lo sta ristrutturando: sognano di farci un agriturismo. Hanno anche una piscina: una pozza naturale con cascatelle, dove vanno a pescare.

Vallesanta

i prati della Vallesanta (Chiusi della Verna, AR)

Il Doccione era un’azienda agricola fino agli anni Quaranta, proprietà di una delle famiglie più ricche di Chiusi della Verna. Oggi è la dimora di tre musicisti professionisti berlinesi. I “Vallesanta Corde” preparano qui, sei mesi all’anno, le loro tournee mondiali. Come loro, altri tedeschi e americani, italiani hanno comprato, ristrutturato, trasformato “ad arte” ruderi antichi: la Badia di Cornano ( C.Focognano) è un parco di cermiche. La casa-torre longobarda di Bagnina ( Talla) un museo all’aperto. Il castello di Sarna ( C.della Verna) uno studio di pittori.

L’oratorio di Orgi (Castel S. Niccolò) ha mille anni. Datato 1008, isolato nella pianura dell’Arno, era il santuario delle acque. I casentinesi pregavano il Cristo affrescato all’interno per assicurare fertilità ai terreni, per scongiurare le violente esondazioni. Abbandonato da decenni, l’edificio è stato restaurato nel 2000 su finanziamento della Diocesi di Fiesole. Lo hanno richiesto i cittadini di Borgo alla Collina, hanno anche ripristinato la festa che si faceva qui fino agli anni Sessanta. Nella canonica dal 2007 vivono tre frati trappisti. Vengono da Subiaco ed hanno ottenuto alloggio attraverso la Diocesi di Fiesole. Vivono di silenzio, di studio e di preghiera. Si prendono cura della chiesa e coltivano l’orto. Una cerimonia, il 17 maggio 2008, ha inaugurato il nuovo ciclo della vita di questo monumento.

Di luoghi così, in Casentino, ce ne sono tanti. Sono avvolti dal silenzio, ma non sono muti e non sono morti. Affascinanti da osservare.  Niente si crea. Niente si distrugge. Tutto si trasforma.

Mariella Dei