HOC VOBIS SIGNUM: quando il presepe diventa patrimonio artistico

Posted by on Dec 24, 2014 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


I bambinelli e i corredi prodotti dalle monache di clausura del Monastero di S.Maria del Sasso di Bibbiena (AR), per la prima volta catalogati, sono in mostra a Palazzo Niccolini di Bibbiena fino al 7 marzo. “E’ un esempio di alto artigianato artistico in via di estinzione- spiega Michel Scipioni, curatore della mostra- Questo patrimonio culturale minore rischia di disperdersi se non restaurato e valorizzato”. Parte una raccolta fondi. 

Gesù bambino re dell'universo benedicente, particolare- Bibbiena, S.Maria del Sasso. foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dell’universo benedicente, particolare- Bibbiena, S.Maria del Sasso. foto di Alessandro Ferrini

Hoc Vobis Signum“: “A voi questo segno“. I pastori di Gerusalemme vengono informati della nascita del figlio di Dio con un annuncio che comincia con queste parole, declamato da un Angelo. Questa interlocuzione latina, con cui il Vangelo di Luca fa incontrare così magicamente il mondo terreno con quello celeste, compare tanto ricorrente nei manufatti selezionati dai curatori della mostra a Palazzo Niccolini di Bibbiena (AR) (aperta fino al 7 marzo 2015), che hanno deciso di adottarle proprio come titolo della stessa. E anche del ricco catalogo, edito da Mazzafirra, che li documenta tutti e li raccoglie sotto la definizione di “Divini Infanti“.

Le opere della mostra sono statue di Gesù bambino, vesti, stole, corredi, ma anche stampi che dal secolo scorso ad oggi sono stati prodotti ed utilizzati nel Monastero del Santuario domenicano di Santa Maria del Sasso di Bibbiena dalle monache per creare i loro presepi. E’ ciò che rimane di un’attività artigianale nata dietro le grate delle loro celle, dietro le finestre, di solito serrate e difficili da dischiudere, dell’ordine di clausura femminile che oggi conta appena un decimo del nucleo che si stanziò a Santa Maria nei primi decenni del secolo scorso.

La mostra di Bibbiena raccoglie una produzione locale che dal Monastero si è estesa alla chiese di campagna, fino alle collezioni private delle famiglie bene ( Catapano, Massella Ducci Teri, Montini, Serafini, Gheri, Senzi). “Bambole” preziose e simboli divini che la tradizione ha reso espressione diffusa e variegata di quell’incontro fra cielo e terra. Ci sono bambinelli vestiti come principi. Altri, piccolissimi, giacciono in custodie a forma di uovo, o galleggiano in letti di fiori color pastello e di conchiglie. Alcuni sorridono dritti, dominando in vesti rosse come principi dell’Universo. Altri ancora guardano da nicchie stampate a fregi d’oro fra decorazioni floreali degne di un giardino botanico. Spesso sono nati “in piedi” ma vengono distesi in letti vaporosi di pizzi, vestiti d’oro e di seta.  Quelli fatti di cera, come quello della Chiesa di San Jacopo di Gressa ( Bibbiena, AR), hanno il volto deformato dal contatto con la fiamma delle candele o altre fonti di calore. Celebrano la fantasia, la manualità, il gusto per il particolare, la varietà dei materiali e sfidano l’impronta del tempo che intacca vernici, ammacca visi, braccia e gambe, e minaccia la ricchezza. Espressioni di sensibilità femminili e di stereotipi cristallizzati come le regole che reggono la vita di chi le ha create, nel silenzio dei lunghi tempi da dedicare a Dio lontano dal clamore del mondo.

Per Bibbiena la mostra è un regalo di Natale che parla del suo più famoso centro di culto, delle sue famiglie, di una sua tradizione. A farne un tesoro per tutti però è la documentazione, accurata e rigorosa nei suoi contributi scientifici, che per la prima volta è stata effettuata sul territorio riguardo a questo patrimonio culturale “minore” a rischio di estinzione.

A sfogliarci le pagine dell’articolato lavoro è Michel Scipioni, storico dell’arte e dottorando all’Università di Firenze, curatore della mostra e del catalogo assieme ad Alessandro Grassi e a Francesco Traversi. L’iniziativa, patrocinata dagli enti locali (Regione Toscana, Provincia di Arezzo, Comune di Bibbiena, Soprintendenza, Museo Archeologico di Bibbiena e lo stesso Santuario) è stata presentata riunendo a Bibbiena numerosi autori della ricerca e dei saggi: da Isabella Bigazzi dell’Università di Firenze, esperta della storia del tessuto, a Eugenio Zabatta, domenicano di Santa Maria Novella (Fi), confessore delle monache e autore di un saggio sulla Natività nella mistica domenicana. Alessandro Grassi ha ricostruito il passaggio fra Lucca e Casentino. Michel Scipioni ha analizzato tecniche e materiali. Tiziana Crivello dell’Università di Palermo ha illustrato la realtà siciliana della tradizione dei bambinelli. La campagna fotografica originale, curata da Alessandro Ferrini, ha raffigurato con eleganza ciò che in termini artistici Scipioni definisce “kitsch”. Nel catalogo sono state aggiunte schede relative a tessuti, ricami e stole che, spiega Scipioni, “sono una branca a parte, rispetto alla storia dell’arte”. Parlando con lui della mostra e della sua ricerca all’interno di Santa Maria del Sasso, emergono  interessanti punti di discussione.

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Gesù bambino re dormiente- Bibbiena, S.Maria del Sasso. Foto di Alessandro Ferrini

Dottor Scipioni, il percorso della mostra ha un filo cronologico preciso o è legato soltanto all’esposizione di quello che avete raccolto a Santa Maria?

L’idea è nata da don Raffaele Menniti, che è il proposto di Bibbiena a cui venne in mente di riproporre questa mostra. Era un po’ per attirare l’attenzione sulla figura di Suor Petra Giordano, sul suo processo di beatificazione: della mostra, sulla stampa locale, si parla sempre in relazione a questo.

Il filo conduttore è quello dei bambinelli di Santa Maria del Sasso. E’ il primo libro che parla di questa attività un po’ kitsch, non ce ne sono altri. Se si legge ciò che ho scritto io nel catalogo e se si guarda la bibliografia, in un saggio di venti pagine ci sono quattro o cinque riferimenti bibliografici, e questo vuol dire che non si è scritto molto su questo argomento prima, e se si guarda bene, la bibliografia esistente è tutta siciliana. Anche se i bambinelli di cera non sono nati proprio in Sicilia: penso che l’origine si stata prima da noi, però nel Sud sono ancora venerati ed esposti nelle chiese, mentre qui la tradizione è quasi del tutto sparita.

Partendo da questa idea abbiamo cercato di reperire bambinelli sia all’interno di Santa Maria del Sasso, nei locali del monastero, perchè sono sopravvissuti grazie alle monache di clausura, che da collezioni private di bibbienesi. I materiali sono molto deperibili: creta, cartapesta, cera, argilla. Le statue dei bambinelli si rompevano facilmente. Non erano considerate opere d’arte, ma opere di devozione privata. Succedeva che venissero deteriorate pesantemente nel corso di traslochi, o negli sgomberi, spesso venivano addirittura buttate via.

Abbiamo cercato di creare un percorso attorno a questi manufatti. Le opere singole, forse, sono poco interessanti, ma la storia che c’è dietro è molto particolare.

veste per Gesù bambino. Foto di Alessandro Ferrini

veste per Gesù bambino. Foto di Alessandro Ferrini

Ha parlato di “riproporre” questa mostra. Si tratta forse di un’esposizione che ha trovato creata in modo sistematico a Santa Maria del Sasso?

No, questi sono ancora oggetti liturgici, nel senso che le suore le tengono in Convento, nella cappellina, nel piccolo coro, nelle varie stanze. Ancora oggi, tutti gli anni vestono i bambinelli, li preparano, cambiano i vestiti. Infatti come si può vedere c’è un intero assortimento di vestitini, suddivisi, da mettere. Sono ancora oggetti di culto. Succedeva che alcuni bambinelli rimanevano all’interno del monastero per il culto, altri venivano dati a famiglie vicine al Monastero, per vari motivi, come ringraziamento per favori fatti o cose simili. Altri venivano anche venduti. Capitava che questa fosse un’attività anche piuttosto remunerativa. C’è da dire una cosa:  le suore di Santa Maria del Sasso non vengono “dal Sasso”, dal territorio locale casentinese. Noi abbiamo l’idea che le suore siano qui da sempre, da Savonarola in poi. In realtà c’erano i frati, perchè le monache vengono da Santa Maria di Lucca. Nel 1927 arrivarono qui portando dietro tutto il bagaglio delle loro tradizioni, compreso il patrimonio dei bambinelli e della loro costruzione. Le opere non sono di produzione bibbienese, ma lucchese. Infatti Lucca, assieme a Napoli, e centri come Erice in Sicilia, sono ancora oggi le capitali della tradizione del Presepe. Ancora oggi il presepe di Santa Maria del Sasso vengono a farlo i lucchesi, una vera e propria scuola di maestranze.

particolare ricamo, foto di Alessandro Ferrini

particolare ricamo, foto di Alessandro Ferrini

Lei nel catalogo ha curato un saggio proprio sui materiali. Ci restituiscono uno spaccato di vita claustrale, ma anche un immaginario simbolico che sembra essere rimasto invariato, “cristallizzato” nel corso delle epoche…

I bambinelli venivano fatti con diversi materiali e tutti avevano una simbologia e un significato liturgico profondo: la cera era quella dei ceri pasquali, c’era la consuetudine di riutilizzare il cero usato per il rito in virtù anche di una simbologia di rinascita attraverso la creazione di questi bambinelli. Una specie di cerchio della vita. Lo sostiene infatti bene Francesco Traversi, storico dell’arte di Prato, autore di un saggio sul catalogo, ne parla come se fosse una ruota panoramica: una visione caleidoscopica del circolo di morte, rinascita, resurrezione. Quindi i materiali utilizzati erano gli stessi.

S5620003A proposito di materiali, prendiamo un esempio, una delle varie “Madonne vestite” che compongono la mostra: un esempio di come  le monache mettessero anche molto di se stesse. Quando una giovane entrava nel monastero come novizia, i suoi capelli venivano rasati a zero nel corso dell’investitura. E i capelli tagliati venivano riutilizzati per acconciare statue mariane come questa. I capelli qui sono biondi, ma non tutte le monache avevano i capelli dello stesso colore, perciò, una volta tagliati, venivano sottoposti a trattamenti chimici, ed a procedimenti particolari: venivano arrotolati in delle stecche ( da qui l’effetto a boccolo), li fissavano, li mettevano a bollire con l’acqua e la cenere, o a riposo sotto la cenere, li stendevano al sole, fuori dalla finestra, per farli schiarire, per un anno, a volte anche tre anni ed oltre. Le statue mariane, come anche i Gesù bambini, dunque, sono come un’estensione fisica delle suore stesse.

Oltre alla cera c’era la cartapesta: si usa dal Cinquecento, è un materiale tanto facilmente lavorabile quanto difficilmente mantenibile. Basta un po’ di umidità per rovinare un manufatto di questo tipo. I collanti usati erano colla di coniglio e altre colle animali. Si utilizzavano stampi preconfezionati, e gli occhi, in pasta di vetro, venivano inseriti dall’interno dopo che veniva effettuato questo stampo.

La documentazione è stata rinvenuta tutta nel corso delle sue ricerche all’interno del Monastero del Sasso?

I saggi sono stati svolti in parte utilizzando i documenti rinvenuti negli archivi di Santa Maria del Sasso, come gli scritti dalle “Cronacae“. Lì  si parla dell’inizio della pratica della costruzione dei bambinelli. C’è proprio un documento che riporta nomi e datazione ( ce lo legge, ndr): “nel 17 dicembre del 1601 morì suor Costanza Micheli, di 71 anni, indicata come la prima ad aver introdotto l’arte della scultura e della tintoria di cose di sileno” fra le monache. Si presume dunque che la pratica sia cominciata nella seconda metà del 1500. Di Suor Costanza Micheli si è scoperto anche, non tanto attraverso i documenti del Monastero, ma a Firenze, che era amica di Santa Maria Maddalena De’ Pazzi, e le due si scambiavano lettere su come perfezionare la tecnica della costruzione dei bambinelli. C’è tutto un epistolario a riguardo. Un altro documento parla di come questi manufatti venissero venduti in tutto il mondo, si intende fino alle Indie. Ed erano piuttosto costosi.

Dal momento che le opere circolavano in modo così vasto, le risulta che lo stile di Santa Maria abbia ispirato altre creazoni? Ci sono maestranze che si sono rifatte a questi modelli? Si può parlare, a riguardo, di “gusto, iconografia bibbienese”?

4971

Il Santuario di S.Maria del Sasso, Bibbiena (AR). Foto di Alessandro Ferrini

Non si può parlare di arte per questa attività, ma sicuramente di alto artigianato. La ridipintoria era una vera e propria scuola. Nel monastero di San Domenico c’erano 250 suore, ognuna addetta ad un compito particolare. Fra questi c’era quello di creare le statue per il presepio, e sicuramente il compito spettava ad una suora che veniva formata da un artista. Si costruivano gli stampi da sole, all’interno del monastero. Perciò il primo pezzo era produzione autoctona.

 Chi ha collaborato per questa sua ricerca?

La parte più difficile e interessante è stata venire a contatto con le monache di clausura. Padre Raffaele ha dato l’imput, c’era la possibilità di studiare questo argomento, ho contattato Samuela Ristori, che è addetta del Comune di Bibbiena, responsabile esecutiva dell’allestimento museografico, e appassionata di arte, e abbiamo iniziato a cercare contatti con le monache del Santuario. E’ stato un processo che ha portato grandi soddisfazioni ma non è stato semplice. Quello delle monache di clausura è un mondo parallelo. Parlando con suor Concetta, che si commuove ancora ricordando il primo giorno in cui entrò in convento, sono venute fuori storie che oggi sembrano incredibili sul loro mondo e la loro regola. Sanno tutto di ciò che nel mondo avviene. Ma la Bibbiena che conoscono è solo il pezzetto di sagoma che vedono da una piccola finestra. E’ nell’immaginario, non hanno mai visitato o avuto esperienza del paese reale. Le monache che sono attualmente a Santa Maria sono tre: ultrasettantenni, una ultranovantenne. Suor Candida, la priora, ha circa ottanta anni.

C’è un ricambio generazionale fra le monache di clausura di Santa Maria del Sasso?

In effetti no. E questo è un problema perchè pone seri interrogativi sul futuro della loro permanenza a Bibbiena, e, di conseguenza, sul futuro del patrimonio culturale, artistico e documentario che è stato qui prodotto da loro, dal 1927 ad oggi. Patrimonio che deve essere restaurato, studiato e, soprattutto, valorizzato. La mostra, quindi, è un punto di arrivo solo per quanti riguarda gli studi”. 

Come anticipa Michel Scipioni, verrà avviata una campagna per raccogliere fondi da destinare alla conservazione e valorizzazione dei manufatti catalogati. Un punto raccolta è già stato collocato presso i locali della mostra.

calco per bambinello, S.Maria del Sasso, Bibbiena. Foto di Alessandro Ferrini

calco per bambinello, S.Maria del Sasso, Bibbiena. Foto di Alessandro Ferrini

Mariella Dei

Bibbiena, Arezzo

ricamo, particolare. Foto di Alessandro Ferrini

ricamo, particolare. Foto di Alessandro Ferrini