BERTRAND TAVERNIER: cinema, letteratura, sincronicità

Posted by on Dec 3, 2014 in Contemporaneo globale | 0 comments


Il regista e sceneggiatore francese è stato uno dei presidenti della giuria del Champs Elysees Film Festival, che ha proiettato La morte in diretta, film da lui diretto nel 1979 quando la tv del dolore era solo fantascienza. L’incontro con Bertrand Tavernier avviene nella Parigi contemporanea dalle mille convergenze, e nel bel mezzo della rassegna che celebra il cinema indipendente americano di cui da decenni è appassionato estimatore e promotore.

 

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Bertrand Tavernier, Parigi, Champs Elysees film festival 2014

La magia dell’immaginario è nella sua storia, prima ancora che nella sua vita. Nato a Lione, la città in cui fratelli Lumiere dettero vita alla settima arte, figlio di Renèè Tavernier, che scriveva poesie, racconti e pubblicava Aragon, Paul Eluard e gli amici surrealisti nella rivista Confluences, Bertrand Tavernier, a Parigi, è il Cinema. In tutte le sue declinazioni. Lo ha fatto, lo ha raccontato, lo ha ricercato, lo ha studiato, promosso, scritto e celebrato. Lo ha vissuto nella globalità di aspetti e di professionalità. I film li ha prodotti, li ha costruiti e diretti, li ha commentati e recensiti nelle riviste specializzate. Assieme a Martin Scorsese ha portato tanto cinema “made in USA” nella Francia della Novelle Vogue. Proiettava le pellicole d’oltreoceano nel Nickelodeon, il cine-club che fondò negli anni Sessanta, andando a scovare gli autori nuovi e lontani, nelle retrovie delle produzioni americane di serie B. Veri e propri cult. Ha fatto conoscere il cinema nascosto e quello nuovo che sarebbe divenuto grande. Ha raccontato per primo il sogno western di John Ford, andando ad intervistarlo negli Stati Uniti, ha vissuto la ricerca di John Huston, ha raccolto e diffuso la voce di chi costruiva il sogno in celluloide e si adoperava per farlo diventare patrimonio universale, come raccontava il padre del premio Oscar Raoul Walsh, uno dei suoi tanti interlocutori.

Non meraviglia che il presidente della terza edizione del Champs Elysees Film festival, dedicata al cinema indipendente franco americano, sia stato lui, assieme a Jacqueline Bisset. La Parigi in cui vive da quando aveva sei anni, lo ha onorato così, proprio come lui ha onorato la settima arte, con generosità e passione.

E gli ha riconosciuto la capacità di anticipare i tempi:

il Master Class in cui è stato ospite ha infatti riproposto La Morte in diretta, il lungometraggio che Tavernier ha diretto nel 1979. Allora fu etichettato come fantascienza ciò che oggi si chiama reality show ed è un genere televisivo a tutti gli effetti. Scelse Harvey Keitel per recitare nel ruolo di un uomo solitario che accetta di farsi impiantare una telecamera negli occhi per riprendere, e trasmettere in televisione, la realtà che vede; anche gli ultimi giorni di lei, Romy Schneyder, una malata terminale che alla fine scappa per proteggere la sua dignità e vulnerabilità tradite da colui di cui si fidava. I personaggi sono a confronto con la tragicità e con la banalizzazione di essa quando viene infranto il limite tra pubblico e privato. Valicano confini che sono estendibili all’estremo. Il film poggia il proprio peso sul tema della responsabilità, di chi decide dove e quando fermarsi. La cecità del protagonista giunge, alla fine, come una redenzione. Tavernier trasse il film dal romanzo Death Watch di David G. Compton, scritto cinque anni prima. La tv del dolore e il giornalismo che attinge materiale dal privato e dall’intimità delle persone comuni sono diventati quotidianità tre decenni dopo l’uscita del film.

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Bertrand Tavernier, Parigi, Champs Elysees film festival 2014

L’incontro con Bertrand Tavernier è avvenuto, inaspettato e meraviglioso, senza averlo previsto. Arrivata al Publicis di Parigi alle 15.30, due ore dopo la proiezione del film e il Master Class, avevo la certezza matematica di non essere più in tempo. Ma, come un regalo, il regista è comparso nel tardo pomeriggio di quel sabato pieno di eventi e di cinema americano. L’ho scorto nell’ ora vuota del Publicis Cinemas mentre usciva, ore dopo il suo Master Class. Scendeva lentamente gli scalini, intento a parlare con fervore con una portavoce del festival. Poche decine di minuti prima,  Kaya Scodelario, lì, si era fermata a firmare gli autografi agli adolescenti, e i gruppetti di ragazzini e ragazzine erano ancora in giro a scambiarsi gli scatti fatti con la protagonista di Skins attraverso i telefonini colorati. Per il regista era dunque garantito un sicuro anonimato.

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Bertrand Tavernier, Parigi, Champs Elysees film festival 2014

Il contesto informale ha permesso a me e a qualche collega di avvicinarsi discretamente, ma solo per fare qualche scatto e ripresa durante i suoi venti passi dall’uscita del Publicis verso la strada più mondana della città. Lì, sul bordo, il regista si è fermato un istante: la testa alta, il volto aperto, indagatore, l’atteggiamento generoso. Con lo sguardo ricco del suo cinema, incurante della sicurezza o del fanatismo, non ha rifiutato di mettersi in posa per i telefonini degli estimatori più giovani. Chissà se aveva immaginato anche questo, quarant’anni fa. Poi, salutando, ha ripreso la conversazione interrotta con la sua guida, e la sua immagine distinta si è perduta lungo il viale degli Champs Elysees. Con la vita che gli scorreva attorno. A due passi c’era una piccola manifestazione improvvisata da ragazze acconciate con parrucche colorate. Lo staff del festival cominciava già a preparare il red carpet per Keanu Reeves. Sul marciapiede opposto passava la banda dei militari, lunga e dritta verso l’Arco di Trionfo, intonando la Marsigliese: “un’iniziativa per celebrare l’anniversario dello sbarco in Normandia“, ha precisato un passante. Laissez Passer.

 La magia di Parigi.

Mariella Dei

Parigi, Champs Elysees film festival 2014

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Bertrand Tavernier, CEFF 2014, Parigi