Berlinale 2017 Nel corpo e nell’anima con Ildiko Enyedi

Posted by on Feb 10, 2017 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


L’incontro e la danza amorosa di due anime spigolose che guariscono trascendendo il proprio corpo.  

On body and soul di Indilko Enyedi

On Body and Soul di Indilko Enyedi

 

ON BODY AND SOUL è una creatura fragile ed eterea come la danza dei suoi protagonisti, sublime e crudele come la natura dell’Amore e dei suoi percorsi.  E fatta di neve come lo scenario onirico in cui si muovono e si incontrano i mondi interiori della storia, e di tepore come il sole che la dissolve man mano che compie il suo miracolo di trasformazione, sui fantasmi, sui  limiti, sulle difettosità degli stessi protagonisti e del film stesso.

La regista ungherese Indiko Enyedi ci racconta per accostamenti e particolari,  in una linearità intrigante di contrasti e di specularità. Quotidianità e sogno, luci soffuse, sguardi, pelle e sangue, neve e disgeli. Con una maestria rara per le sottotracce emotive che non urlano mai, con un acume epidermico per l’indagine psicologica. E un finale solido in dissolvenza.

Lui è il direttore di un mattatoio, menomato fisicamente da un arto superiore inerte. Lei è la nuova ispettrice sanitaria, algida, asociale, incapace di instaurare rapporti umani, maniaca dell’ordine e delle regole, e odia essere toccata. Loro non lo sanno ancora, ma si incontrano ogni notte nello stesso sogno, nelle fattezze rispettivamente di un cervo maschio e femmina. La meraviglia del film è seguire, con uno stile evocativo che esalta i minimi gesti, i primi piani dei volti, i microscopici movimenti del corpo e dell’interiorità, la realtà che si sostituisce al sogno, con un progressivo sciogliersi delle barriere e delle resistenze che ognuno di essi si è autoimposto per sopravvivere, e dietro alle quali si trincera protettivo un “io” statico.  Lui con la propria razionale, impermeabile asetticità, lei con le proprie regole, strutture autocostruite sintomo di traumi infantili  che non vengono però sviscerati nel film.

Un film che racconta un imparare ad amare, per opera della stessa forza intrinseca, vitale e naturale, che appunto noi chiamiamo amore.

Dualismo e dualità, anche nello stile narrativo. La prima parte sovrappone il mistero e la lievità della danza del corteggiamento del mondo animale a quella dell’avvicinarsi dei due protagonisti, alternata a quotidianità, episodi e situazioni all’interno dell’entourage e della mensa, all’orrore crudo delle scene della mattanza dei bovini – la parte più disturbante – all’interno del loro luogo di lavoro. La seconda si scioglie letteralmente nel dialogo reciproco e con le parti più profonde dei due protagonisti, nonappena lei riesce a provare emozione dal primo raggio di sole che accoglie nel volto.

E’ la pelle che dialoga, sono gli occhi che dischiudono mondi, la bocca tace e la Psiche urla, ma abbraccia Eros con la dolcezza e la paura di una rivoluzione. Intensi e commoventi Alexandra Borberly e Geza Morcsanyi, somiglianti anche nel volto all’innocenza dei loro alter ego animali del sogno.  Attraverso di essi la regista ci rende capaci di comprensione e di tenerezza, brava a condurci con garbo e pudore dentro i  mali dell’anima dei suoi personaggi e a farci guardare con tenerezza spigoli, manie ossessivo complusive, le loro nevrosi. In maniera asciutta e minimale.

Il trionfo degli archetipi, dunque, Amore e Psiche. E curioso che il punto di svolta sia dato da una psicologa, così come uno psicologo infantile sia  la guida spirituale della donna alla scoperta del proprio mondo erotico ed emotivo a cui non si era mai voluta avvicinare.

Aspettatevi dopo una seconda parte morbida, un precipitare di eventi ed un finale che nessuno si aspetterebbe.  La colonna sonora culmina con la canzone My Manic and I di Laura Marning, che diventa metafora dei miracoli di cui l’Amore è capace, anche quando non si conosce e si evita con tutte le proprie forze perchè  non si ha una mappa per capirlo.

Meritati gli applausi alla fine della proiezione stampa nella sala del Palazzo della Berlinale.

Mariella Dei

@Berlino, 10 febbraio 2017