Aspettando il Festival di Cannes: dall’Oriente con furore

Posted by on May 5, 2015 in Contemporaneo globale, Territorio e passato | 0 comments


Di Mariella Dei

Ecco i registi asiatici in concorso a Cannes 2015  provenienti da Cina, Corea del Sud, India e Giappone. Fra letteratura, epos, manga, noir, denuncia sociale, dilemmi morali le loro opere selezionate rappresentano il meglio della cinematografia prodotta nell’ altro versante degli Urali. Chissà se, quando e dove le vedremo in Italia. 

nie yin niang l'assassino

L’attrice Qi Shu in una scena del film “Nie Yin Niang” (“L’assassina”) del regista taiwanese Hsiao Hsien Hou

 

Sono ponte fra Oriente e Occidente. Voci fuori coro che denunciano le proprie società, conflitti e sistemi. Filo di Arianna delle loro tradizioni quando dialogano con il mito e con la letteratura, o specchio della contaminazione culturale della globalizzazione. A volte sono autarchici osservatori di piccole o grandi storie su cui puntano i riflettori per portarle alla luce del mondo. Veicolano nuove tecniche e linguaggi.

Ecco i nomi e le opere in concorso che dall’Asia al Festival di Cannes aspirano alla distribuzione mondiale:

 

In Concorso per la Palma D’Oro

 

hou hsiao hsien

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Hsiao Hsien Hou- The Assassin (Nie Yin Niang)

Classe 1947, la sua produzione è carica della vita rurale che a Taiwan ha vissuto da bambino: storie di rifugiati, la povertà, la lotta per la sopravvivenza. Immagini lente, piene di poesia e di nostalgia. “The Assassin” (l’Assassina) sembra una svolta: inserisce le arti marziali e si addentra nell’ epos. Si ispira ad una leggenda del VIII secolo “che racconta di una ragazza che viene rapita dalle monache e appena diviene adulta, sfida il mondo maschile grazie all’abilità acquisita con la conoscenza delle arti marziali“. E’ anche un film dalla produzione “tormentata”, durata quasi dieci anni, interrotta e ricominciata più volte per motivi legati ai finanziamenti concessi o meno dal governo Taiwanese. Riflettendo sui lunghi tempi di ripresa e sul budget molto più corposo ottenuto rispetto ai suoi film precendenti, Hou ha dichiarato: “Non avevo girato un film in sei o sette anni, per me oggi è un mondo nuovo, il mercato è così vasto a causa della Cina. Si lavora in un contesto di più ampia scala e questo rende diverso ogni singolo dettaglio. Adesso anch’io devo adeguare la mia scala personale“. Capofila della Nouvelle Vogue di Taiwan, maestro del minimalismo, Leone d’oro a Venezia nel 1989 per il miglior film con “La città dolente“. A Cannes ha già vinto nel ’93 il Premio della giuria con “Il maestro burattinaio“.

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Jia Zhang ke

ZhangKe Jia – Mountains May Depart (Shan He Gu Ren)

Già nella giuria di Cannes nel 2014, il quarantaquattrenne cinese è fra i candidati alla Palma d’oro 2015 con “Mountains May Depart” (titolo evocativo che in italiano si traduce in “Le montagne potrebbero separarsi“. E’ una saga familiare ambientata fra Giappone e Cina nell’arco di meno di trenta anni: il tempo che scorre a velocità della luce fra la delusione di un innamorato lasciato dalla fidanzata per un uomo più ricco nel 1999, il divorzio di quest’ultima, e l’incomunicabilità di lei con il figlio lontano, che nel 2025 vive in Australia “una vita priva di senso, sbarca il lunario lavorando in un casinò e l’unica parola cinese che è in grado di leggere è “mamma“. Zhao Tao è l’attrice protagonista e la probabile rivelazione del Festival. La prima a Cannes il 20 maggio. Zhang-Ke Jia è un “pasoliniano” con lo stile di Godard e l’estro di Takeshi Kitano. Con quest’ultimo ha collaborato agli inizi del Duemila. Ha anche un passato da pittore. Jia continua a raccontare la Cina delle contraddizioni e cambiamenti. Lo fa dai tempi di “Xiaowu” (1998): mostrò la crudezza della vita di strada, l’umiliazione dell’individualità. Fu premiato a Berlino e censurato dal regime cinese. In Italia sono giunti “Zhantai” (2000), che conquistò Venezia  infierendo sulla politica maoista allo sfascio che puniva il teatro aperto all’Occidente. Ma anche “Still Life” (Leone d’oro nel 2006) e 24 City” (2008), ancora il vuoto di identità della sua terra raccontata in forma di documentario.

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Hirozaku Kode Eda

Hirozaku Kode Eda – Unimachi Diary (Our Little Sister)

Il film piacerà ai ragazzini ed attirerà sicuramente al cinema gli amanti del manga di Yoshida Akimi a cui ispira il film. Our little sister” (“la nostra sorellina”) ruota attorno a tre sorelle che tornano nel paese di origine per il funerale del padre che non hanno voluto vedere per quindici anni e al loro rapporto con la figlia che lui ha avuto dalla nuova moglie, una quattordicenne della quale alla fine le tre decideranno di prendersi cura. In Giappone (dove il regista è nato nel 1962 e dove è popolarissimo) la pellicola uscirà il prossimo 13 giugno, al momento non si hanno informazioni circa un distributore per ltalia. Il regista di Tokyo (che da giovane voleva fare il romanziere) ama scandagliare le relazioni familiari. Cannes si accorse di Kodeeda nel 2013 con “Like Father like Son” (“Tale padre, tale figlio”. Poi “Nobody Knows” (storia di una dodicenne che alleva i fratellini dopo che la madre non torna più) ha commosso il mondo. Tutte giovani (e conosciute in terra nipponica) le protagoniste dell’ultima opera, che i fans di Akimi stanno già mettendo sotto la lente d’ingrandimento con puntiglio per compararne la somiglianza con le eroine cartacee.

 

UN CERTAIN REGARD

 

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Kyoshi Kurosawa

Kiyoshi Kurosawa – Journey to the shore (Kishibe no tabi)

Una produzione Franco-nipponica per un film ( il titolo tradotto è “viaggio verso la riva”) ispirato al romanzo “Kishibe No Tabi” di Kazumi Yumoto. Il lungometraggio di Kurosawa è “una storia d’amore che stravolge i concetti più comuni di Vita, Morte e mezza vita”: il marito di Mizuki (Eri Fukatsu) è annegato in mare tre anni prima. Quando iprovvisamente lui torna a casa, lei non è poi tanto stupita. Si chiede invece perchè ci abbia messo tanto. Accetta che lui (Tadanobu Asano) la inizi verso un viaggio. Kurosawa (classe 1955, di Kobe) è conosciuto per l’horror thriller “Cure” del 1997 e ha costruito una sua consapevolezza come autore con storie pluripremiate ( “Tokyo Sonata, “Cairo”), che mettono quasi sempre al centro il rapporto dell’identità personale con la società, spesso ambientate in un contesto naturale o urbano sinistro. Curiosità per un’opera complessa in termini di narrazione e trasposizione visiva. A Cannes domenica 17 maggio la prima proiezione nella Sala Debussy.

 

 

oh seung uk

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Seung-Uk OH – The Shameless (MU-Roe-Han)

 

” Per acchiappare un assassino il detective fa finta di innamorarsi della fidanzata del criminale”. Solo una frase per indicare la trama. Il titolo, tradotto in italiano, è “Senza vergogna“. Uno dei rappresentanti più stimati del cinema Sudcoreano, Seung-Uk Oh porta a Cannes un film di azione dale tinte noir e dai risvolti avvincenti, di cui lui stesso  è sceneggiatore. Attori principali: Nam-gil Kim, Do-yeon Jeon, Park Sung-Woong.

 

 

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Gurvinder Singh

Gurvinder Singh – The Fourth Direction (Chauti Koot)

 Un’ora e cinquantacinque minuti dentro la “paura, la paranoia, l’atmosfera di sospetto” del Punjab nel 1984“. Il cuore dei conflitti fra India e Pakistan, la guerra civile, il movimento indipendentista Sikh, l’identità e l’autodeterminazione. Gurvinder Singh li ha già trattati nel lungometraggio precedente, il suggestivo “Anhey gorehy da daan” (storia tribale in un villaggio del Punjab in attesa di un’eclissi lunare fra ingiustizie sociali e tribolazioni): opera prima (e l’ unica, prima di questo debutto a Cannes) che nel suo Paese ha vinto tutto: premio al miglior regista, per il miglior film e migliore cinematografia agli Oscar indiani del 2012. Con “Chauti Koot” (“La quarta direzione“) Singh “prende in considerazione due eventi largamente connessi fra loro: due amici Hindu che cercano di raggiungere Amritsar, e, cinque mesi prima, un contadino a cui viene imposto di uccidere il cane della sua famiglia. Una storia scorre nell’altra e viceversa. Ciò che accomuna i protagonisti è la condizione dell’uomo comune intrappolato fra gli eccessi del potere militare da una parte, e il movimento militante per l’indipendenza della nazione Sikh dall’altra”. La prima proiezione a Cannes il 15 maggio nella Sala Debussy.

 

shin su won madonna

shin su won

Suwon Shin – Madonna

 Shin Suwon è l’unico nome femminile asiatico nella lista dei registi in concorso. Con tanto merito. La filmmaker coreana non ha iniziato da bambina a girare film. Forse nemmeno lo immaginava. Laurata in Lingua tedesca all’Università di Seul, dopo dieci anni di insegnamento alle superiori e aver scritto qualche libro per adolescenti, ha lasciato tutto per studiare sceneggiatura all’Accedemia delle Arti coreana a 34 anni. Ma il Cinema, entrato nella sua vita come un salto nel vuoto, l’ha ripagata subito: nel 2007  il primo lungometraggio, “Passerby n3 ” (autoprodotto, finanziato con i propri risparmi  per raccontare la sua esperienza autobiografica di over 30 che inizia da zero una nuova carriera) ha vinto il premio Miglior film asiatico al Tokyo Film Festival. Con“Pluto”, thriller del 2012, ha indagato il sistema educativo coreano, improntato sulla competizione estrema. “Madonna” è la terza opera: “la storia di un’infermiera che cerca di convincere la famiglia di un paziente a firmare il consenso per la donazione di organi. La paziente, di nome Mina, soprannominata Madonna, è rimasta vittima di un terribile incidente. La figlia di un’altra famiglia necessita urgentemente di un trapianto di cuore. C’è in serbo una terribile scoperta”. 

 Mariella Dei